Oltre alla predisposizione alle dipendenze, con Kerouac ho un altro aspetto in comune: anche io sono soprannominato The Great Reminder. Ricordo episodi accaduti quando avevo 3 anni e quando li racconto a cena, tra un rutto e l’altro, mio padre mi guarda con l’espressione stupita. Ed è per questa mia caratteristica che ricordo benissimo come andarono le cose durante la registrazione di Mr Bad Guy, il capolavoro di Freddie Mercury (ho scritto capolavoro? E’ arrivato il momento di smettere con le droghe).
E’ il 1983 e i Queen sono in studio per The Works. Freddie propone le sue canzoni al resto del gruppo ma ogni volta gli vengono rifiutate. “E Let’s Turn It On? Dai, John, almeno tu, vota a favore. Io votai per Cool Cat”. Dopo l’ennesimo diniego, Freddie stizzito lascia lo studio gridando “Ok, farò un disco solista e diventerò il nuovo Phil Collins…ehm…il nuovo Peter Gabriel…ehm…vabbe’, insomma…sicuramente venderò più copie dello Starfleet Project. Tié”.
John per nulla scosso continua a giocare a scarabeo, Brian cerca di infilare un assolo su I Want To Break Free approfittando del Deacon distratto e Roger, serafico, inizia a maltrattare Masters of War.
Dopo due anni di lavoro Freddie pubblica Mr Bad Guy. Pare che due delle rughe sul viso di Brian siano dovute alle risate che si fece quando lo ascoltò per la prima volta. E pare che lo abbia ascoltato più volte durante la sua crisi coniugale con Chrissy: lo faceva sganasciare dalla risate.
Ma basta ciancicare aneddoti e accoltelliamo il disco al cuore. Suonato da alcuni turnisti che passavano per caso più qualche faccendiere incontrato la sera prima (“ma Fred, io non so suonare nemmeno il clacson” “Non serve, caro. E ora raccogli quella sterlina da terra”) questo pastiche pasticciato tra ritmi brasiliani e pseudo dance con una sorsata di slow songs viene talvolta salvato dalla voce avida di Freddie. Non sempre gli riesce il miracolo, purtroppo.

I testi sono autobiografici (solitudine, mancanza di amore, eccesso di amore bla bla bla) perché in quel periodo Freddie, dopo il settimo bicchiere di champagne diventava malinconico e si lamentava con Winnie, il suo amante tedesco, della tristezza della vita. Winnie sorrideva e d’altronde  non poteva fare altrimenti: in inglese sapeva dire solo OK.
Ma la opening track e’ un pezzo festaiolo in cui Freddie scatenato esorta tutti a ballare. Purtroppo il pezzo è orrendo e non farebbe muovere le mani nemmeno ad un malato di Parkinson.
Si prosegue con Made in Heaven in cui indovina la linea vocale ma per sbaglio pubblica il demo e non la versione finita. Il brano ha infatti l’energia di un brodo vegetale. Per fortuna i Queen, nel 1995, risuoneranno il brano con ben altri risultati.
Con I Was Born To Love You si ritorna in pista con simpatia (non sono snob, signori. Dovreste vedermi come muovo le chiappe su Fast Love di George Michael). Ottima per sorseggiare un brandy e ridere della disoccupazione quando arriva la seconda parte super tecno.
Fooling Around è una presa in giro, come suggerisce il titolo, con qualche intuizione sprecata con la stessa velocità con cui è arrivata.
Stessa sorte per Your Kind of Lover: dopo una bella e sofferta introduzione piano e voce entrano in campo una selva di brasiliani e il pezzo se ne va a ramengo.
La title track inizia che sembra Lo Squalo e prosegue con un’orchestrazione sobria come un inglese alle 5 di un venerdì pomeriggio qualunque. Il cantato è passionale e il testo un tentativo riuscito.
Man Made Paradise è un pezzo dei Queen senza i ghirigori di May e There Must Be More To Life Than This e’ la canzone più semplice e immediata del disco, un sollievo dopo tutte queste cianfrusaglie.
Living On My Own piaceva ai miei compagni di scuola a cui piaceva la musica dance ed è la testimonianza che la massa non capisce un cazzo. Il sabato sera la ballavano affacciati dalle macchine rubate alla stanchezza dei genitori. Io inzuppavo la Smemoranda con il testo di The Prophet’s Song. Alla fine della canzone Freddie fa uno scat vocale che nemmeno Lucio Dalla.
My Love is Dangerous, non fosse di plastica, la potrei anche inserire in una compilation intitolata “Stili musicali non adatti ai Queen: il reggae”.
Si chiude con dignità con Love Like There’s No Tomorrow, secondo slow da cuore sulla manica in cui Freddie mi regala un paio di strofe da cantare con piglio da duro e una lacrima sul viso. Come disse qualcuno, prodotto bene, Mercury sarebbe un ottimo solista. Qui non è solo questione di produzione, sono idee veloci e esageratamente chiassose. Non ci riprovare, Freddie.


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