Piccola premessa. Adoriamo i Queen. Adoriamo la loro musica e la loro storia. Ciò però non ci impedisce di vivere questa passione anche con un pò di sana goliardia, senza prendere la stessa con troppa serietà (I mean, it's only a bloody record, people get so excited about these things.. cit).
E quindi, in questa torrida estate, approfittando anche dell'imminente uscita di tutti gli album studio in versione LP (trovate la news QUI) abbiamo deciso di 'allietarvi' dalla calura proponendovi le recensioni di tutti i dischi della band che l'amico Gabriel Tripaldi, noto nell'ambiente Queen come Fraccobaldo, ha scritto qualche anno or sono.

Lo stile di Fracco è genuino, appassionato, irriverente ma con poche parole riesce a porre l'evidenza su ciò che la merita davvero.

Questo speciale è ovviamente un progetto "parallelo" e "sperimentale". Le opinioni contenute nelle pagine che andrete a leggere sono ovviamente personali del Fracco (forse qualcuna è di Liverani... per info contattare il sig. Tripaldi) ma ve lo proponiamo sperando che vi divertiate a leggerle. Cosi come ci siamo divertiti noi.

E' ora di iniziare con

Queen (1973)

Nel 1970 Freddie Mercury, un dandy africano dal look improbabile, insieme ai suoi amici Brian May (un chitarrista dotato oltre che di un naso importante anche di un importante suono di chitarra) e Roger Taylor (il tipo a cui basta uni sguardo per fregarti la ragazza che stavi supplicando da due ore) forma una band chiamata Queen.
Ai tre si aggiunge Deacon John, un bassista con la faccia da tontolone, il classico personaggio a cui devi spiegare due volte gli accordi.
Nel 1973 dopo anni di concerti in giro per l'Inghilterra davanti a 4 gatti (di cui due di Freddie) la band pubblica il primo album, Queen, che viene subito spernacchiato dalla maggior parte dei critici musicali.
In realtà il disco non è neanche malaccio e nonostante le ovvie ingenuità contiene in nuce gli elementi che verranno sviluppati meglio nei dischi successivi, elementi che vanno dai Led Zeppelin a Liza Minelli, passando da Malcom X attraverso Gandhi e Marc Bolan.
Il disco è prodotto da un sordo e da un babbeo (o da un sordo babbeo) che incupiscono il suono e fanno somigliare la batteria- già suonata con la presunzione di chi sta accompagnando i Cream ma che in realtà non si stacca da un paio di mazzate sul rullante-ad un fustino di Dixan, con tante scuse al detersivo.
La copertina presenta un Mercury in viola e dimostra che i membri della band non sono superstiziosi…o forse sono semplicemente daltonici.
Mercury e May si dividono il bottino compositivo lasciando a Taylor i soldi per un caffè (il batterista scrive Modern Times Rock'n' Roll, un dolcetto innocuo con un testo che anticipa il punk).
May sputacchia Keep Yourself Alive (pezzo di impatto con un riff terremotante z'k'z z'k'z z'k'z' z'k'z), Doing All Right (presuntuoso pastiche in odore di prog che puzza di dilettantismo), The Night Comes Down (ballata delicata  cantata con sincerità da un Mercury che usa il falsetto) e Son and Daughter (brano ignavo: troppo light per essere heavy e troppo heavy per essere light).
Mercury risponde con Great King Rat (fiera sonora in cui trovano spazio un flamenco e un paio di cavalli al galoppo, oltre alla batteria esageratamente pestona del bel Rog), My Fairy King (bisnonna di Boh Rhap), Liar (pomposo brano tritatutto, di quelli che rendeva orgoglioso Freddie negli anni 70 e imbarazzato negli anni 80...mortacci sua), Jesus (soliloquio didascalico sulla vita di berlusc...ops...Gesù a cui si aggiunge un coro di ubriachi) e Seven Seas of Rhye in versione per ritardatari o gente che va di fretta.
E John? Nah, all'inizio a lui bastava leccarsi l'indice ed il medio e fare le facce quando sbagliava una nota (in seguito avrebbe scoperto le donne e composto Another One Bites the Dust per conquistarle).
Una nota per i testi che parlano per la maggior parte di fate, re, regine, flauti e lande lontane: due palle.
Insomma...un buon primo disco che diventa capolavoro se ascoltato dopo The Works.

 

 

QUEEN II (1974)

Ricordo la prima volta cha ascoltai Queen II,  8 marzo 92, appena arrivato da Bologna con Magazzini Nannucci. Prezzo da invito a cena (8.900 lire), commento da ignorante ("cos’è questa immondizia?"). Ma venivo da un'intossicazione da Greatest Hits II e per me i Queen veri erano quelli di A Kind of Magic. Ah, l’ingenuità.

Queen II è un disco pazzesco, bianco, nero, bianconero in cui sono presenti tutti gli spunti che verranno poi riproposti negli  successivi.

Brian non fa degli assoli legadita ma che armonie! Freddie sembra una donna quando canta ed è una meraviglia. Roger si impegna e John scalda le vivande (in realtà aveva scritto Misfire per questo disco ma nessuno l'aveva considerato più di tanto costringendolo ad infilarla nel disco successivo).
Erano gli anni di Freddie Berlusconi: sono donna, sono orco, scrivo l'amore, canto il dolore, canto la magia, canto fatato , canto incazzato, smalto sulle mani, sguardo arrogante, The March of the Black Queen.
Brian (che ancora ricordava tutto) scrive un pezzo da infarto (White Queen), uno rubato agli Who (Father to Son) con alcune delle migliori linee vocali di Freddie, badilate come se eruttasse un vulcano e fa le prove per il suo capolavoro folkie '39 con Someday One Day: un abbozzo, per l’appunto.

Freddie fa la diva, poltreggia poco, stimola il piano su Nevermore, petting che anticipa l'orgasmo di Love of My Life, si fa progressive (Black Queen) ed estivo (Funny How Love Is, pezzo minore ma quella è la voce degli angeli), rockeggia più rock di Brian con Ogre Battle, scrive il singolo che molte band odierne neanche al decimo disco (Seven Seas of Rhye) e si permette anche di lasciare spazio a Roger con il fratello adottivo di I’m in Love With My Car (The Loser in The End) spartitraffico tra il white side di angel Brian e il black side di devil Freddie.
Da ascoltare guardando il video di Return of the Champions.

Alla quarta traccia del dvd spegnere la tv e proseguire l'ascolto del cd al buio in compagnia di un ghigno malefico.

 


SHEER HEART ATTACK (1974)

A pochi mesi da Queen II,  i Queen ritornano sul mercato con un nuovo lavoro, fresco, frizzante e più immediato rispetto ai due predecessori.
Evidentemente erano stanchi di non esaudire le richieste dei fan sognatori che dal vivo continuavano a richiedere The Fairy Fellers Master-Stroke ("Ah, si, quella su Queen I"- Brian. "E cazzo, Brian, abbiamo fatto 2 dischi e già non ti ricordi le tracklist?"-Rog) che i nostri proprio non potevano suonare perché troppo complicata.
Piano, basso, guitar, drums e Freddie maestoso a coprire tutto (con Brian fedele maniscalco e Roger che “rod stewarteggia da par suo. E John? John chi?) per 39 minuti di rock and roll claudicante e stentoreo.
Si parte subito alla grande con Brighton Rock, un hard rock che cantavano anche i marinai del Pequod, con Achab a fare Jimmy e il resto della ciurma nella parte di  Jenny.
Freddie strabilia, Roger randella beato e Brian riesce a piazzare finalmente quel dannato assolo che si portava dietro dai tempi degli Smile.
Segue Killer Queen, pezzo radio-friendly quanto vi pare ma delizioso. Testo ironico e intelligente e Roger rulla cosi forte da causare danni irreparabili all'orecchio destro del producer Roy Thomas Baker (che infatti in Jazz riuscirà a far suonare la batteria peggio che nel disco d'esordio. Complimentoni, eh).
Tenement Funster è buona per una pausa sigaretta mentre Flick of the Wrist è malvagia come un orco scampato alla battaglia e desideroso di vendetta. Il pezzo sembra il cugino meno nevrastenico di Death on Two Legs, nel disco successivo.
Lily of the Valley, breve canzone pianistica,  è un the alla menta, forse un pezzo avanzato da Queen II.
In Now I’m Here ancora Brian sugli scudi per una storiella roccherroll e Mott the Hoople ("and the game of life yeah yeah yeah ") che dal vivo avrà una resa molto migliore.
Con In the Lap of The Gods i giovanotti giuocano con le tecnologie dell'epoca e sporcano un po’ una canzone che avrebbe meritato un trattamento più alla Oliver Twist e meno alla Signore degli anelli.
Ma ci pensa Stone Cold Crazy a rimettere le cose a posto: pezzo supersonico durante il quale John si è slogato un polso. E Brian ruggisce come il leone della Gold Mayer.
Dear Friends è Brian che vuol dimostrare a Freddie di saper scrivere brani di un minuto con una certa dignità.
Misfire è John che vuol dimostrare agli altri di sapere scrivere brani. Misfire, John, try another one.
She Makes Me è Brian che vuol dimostrare a John che anche lui sa scrivere brani pessimi.
Meno male che Freddie negli anni 70 era davvero in forma: cantava come un evilangelist (Extreme-Waiting for the Punchline), suonava alla Elton John , scriveva canzoni memorabili e se gli avanzava tempo dava una spolverata allo studio di registrazione.
Bring Back That Leroy Brown, una Sexy Sadie meno raffinata,  è la dimostrazione di tutto ciò.  Brian gli regala il banjo, John due dita d’acciaio.
Si chiude il sipario su In the Lap of the Gods revisited, una ballata proto soul nonché il primo Queen anthem (di quelli che ai concerti ti fanno sentire felicemente idiota).

 

Killer Queen ha venduto a vagonate ma mentre Freddie indossa la solita giubba rossa il manager si lava i capelli con lo champagne.

Il dentone,  dopo aver defenestrato il prode aguzzino,  si mette al lavoro con i tre musicanti delle meraviglie ed in un battimobydick  produce e pubblica A Night At The Opera, un disco coi fiocchi.
Si aprono  le danze con Death on Two Legs di Freddie, brano dedicato al manager uscente. Reso  immortale dalla chitarra affilata di May (ogni volta che l'ascolto mi sanguinano le orecchie)e cantato con una cattiveria tale che al confronto Jack Nicholson in Shining era una giovane marmotta.
Ancora Mercury per Lazing on a Sunday Afternoon, un intermezzo breve dall'atmosfera dizzygrittynitty (o un’altra parola a caso) che rallegrerebbe persino  il lunedì di un minatore.
Tayloruccio nostro decide di dire la sua e per giunta con serietà e dedica un pezzo alla sua auto(!).Il risultato è  I’m In Love with My Car,  notevole e ringhioso con  Roger a cantarsela e suonarsela  con una voce a metà tra Rod Stewart e Robert Plant con la tosse.
"E allora giuoco anche io" esclama un infreddolito John. Prende carta e penna e dipinge You're My Best Friend, innocua ma gradevole, perfetta  per una dedica su Latteemiele.
E il signor May? Mica poteva restare col becco asciutto? Nah!!!Ed eccovelatie', ‘39, una dolce fairytale folk ariosa e corale con un ritornello fatto apposta per far fare figuracce a Roger durante i concerti. Sweet Lady, sempre di May, ha un ritmo dispari e quasi nient'altro da segnalare.
Seaside Rendezvous di Mercury (il miglior Mercury della mia vita. Lo adoro quando è cosi tongue in cheek e teatrale) è una Being for The Benefit of Mr Kite (da Sgt Pepper) fatta di coca,  talmente sciocca  da risultare irresistibile.
Prophet's Song è Brian May ai massimi livelli. Una mazzata rock tra capo e collo con un intermezzo di cori che durante i concerti erano il segnale per il pubblico che si poteva andare a pisciare. Un Freddie lagnoso e disperato per la bimba che lo ha lasciato cesella Love of My Life, struggente ballad impreziosita dal piano gaudente e saltabeccante e da Brian May nientepopodimenoché all'arpa.
Good Company -di May- testimonia che il chitarrista ha bisogno di aiuto:  si narra infatti che il disco fosse pronto già a marzo del 1975 ma solo per registrare questa canzone il prode Brian impiegò 8 mesi: tutti gli strumenti che sentite sono stati creati da quel chitarrone artigianale. Un applauso a Brian e alla pazienza degli altri Queen.
E poi...be'....Bohemian Rhapsody: se un alieno vi chiedesse una definizione di opera d'arte fategli ascoltare sta canzone: capirà.
Aggiungete all'impasto una God Save the Queen ri-arrangiata ed il capolavoro è servito.

Buon ascolto.

 

Brian May parla al telefono con un giornalista e perde il suo famoso aplomb: “Babbeo, l’intervista doveva essere  sul mio interesse per i tassi, non sui tassi d’interesse”. Chiude il telefono e si scusa. Roger Taylor, seduto accanto,  rivolge uno sguardo imbarazzato al mio collega olandese.
 

“Dunque stavamo parlando di A Day At The Races” fa Brian mentre chiude gli occhi per ricordare meglio gli episodi. “Uhm, sì, venivamo dal successo di A night at the Opera e per questo seguito avevamo voluto riprendere un altro titolo dei fratelli Cohen”. Roger lo corregge educatamente, “i fratelli Marx, Brian

Ah, sì, certo. Dunque,  Mike Deacon  è sempre stato un tipo tranquillo e così anche Freddie, che però in quel periodo era fissato con le docce  e perciò usava tanto borotalco. La trovavi dappertutto, quella polveraccia bianca e Freddie non faceva altro che tirarla per il naso perché, diceva, ti rinfresca anche la gola”. Roger annuisce trattenendo a stento una risata. Si diverte ad ascoltare i ricordi strampalati del ricciolone incanutito ed interviene di rado. E così Brian, alla fine della chiacchierata,  ha sbagliato 7 titoli, osannato Freddie anche quando non ce n’era bisogno e si è commosso su Love of My Life, dimenticando però che la delicata canzone piano e arpa è sul disco precedente, di cui A Day at the Races è il degno successore (Disco che Freddie Mercury ha presentato alla radio con Kenny Everett in una trasmissione che trovate, tradotta, QUI).

Già, il disco in questione non ha di certo  i colpi di genio delle lunghe  The prophet’s song e Bohemian Rhaposdy ma ha dalla sua alcuni brani che sembrano un perfezionamento di quelli contenuti nel disco dell’anno prima.
Si inizia con Tie Your Mother Down, un pezzo heavy in cui May suona più riff di quelli che creerà dal 1998 al 2015. Taylor è potente senza essere cafone e Mercury risulta credibile quando snocciola il testo su un appuntamento fra adolescenti. You take my breath away è una ballata pianistica in Mercury sussurra come una sirena ammarata alla ricerca del lost love. Se non siete uno dal pianto facile, saltate questo brano e passate a Long Away,  uno dei tanti gioielli nascosti della regina, con le sue chitarre arpeggiate e la voce timida ma decisa di May. The Millionaire Waltz, con Mercury al massimo della follia e della genialità (o è tutto merito del…ehm…borotalco?)  unisce walzer ed heavy metal! May fa il suo assolo clownesco mentre Taylor picchia con la furia di un pugile ubriaco e lo zelo di un impiegato al suo primo giorno di lavoro (la coscienza di…zelo, appunto). Deacon si esercita sul canale sinistro.
Il bassista scrive You and I, delizioso tascabile sull’amore e fa finta di cantare nei cori di Somebody to love, capolavoro assoluto dell’album e uno dei picchi compositivi di un Mercury in forma come non mai.
Forse l’unico momento debole è White Man, didascalico blues di critica sociale che però ha degli interessanti stacchi musicali.
Good old fashioned lover boy, “il brano in cui Freddie dichiara il suo amore a Mary” (nelle parole di un mai lungimirante May) è in realtà un divertissement omoerotico in cui Mercury dà sfogo a tutta la sua ironia.
Taylor dimentica per un momento il rock n roll brado dei sui brani precedenti e scrive Drowse, canzone dall’andamento  volutamente pigro  e sonnolento, fantastica  rappresentazione sonora di una rottura di coglioni.
Chiude Teo Torriatte di May, ballatone  “volemose bene” in cui Mercury offre una interpretazione magistrale. La canzone, grazie al ritornello in giapponese, ha fatto credere a molti di sapere il giapponese provocando un flop delle uscite “inglese-giapponese” della De Agostini.
Se non si è ancora capito, il mio disco preferito dei Queen.

 

Durante i primi anni nei Queen, John Deacon è un ragazzo  timido e  insicuro: se inciampa e ruzzola a terra, lo rifà  almeno altre 4 volte di seguito per far credere di averlo fatto apposta.

Per fortuna il discreto successo di You’re my Best Friend gli dà un po’ di sicurezza e così nel settembre del 1977 arriva  trafelato agli studi Sarm West del Wessex per dire la sua su copertina e titolo del nuovo disco dei Queen:  “Ehi, sentite che ideona: si potrebbe intitolare  come un film dei fratelli Marx e per copertina ci mettiamo il nostro bel logo, con leoni, vergini e tutto quanto”.

Brian, impegnato a decidere se prendere un the o un caffè non gli da  retta, e così Roger e Freddie, intenti  a togliere la polvere con il naso dalla prima pagina del News of the World e…un momento! News of the World! Questa sì che è un’idea!
E così  ecco spiegato il titolo del sesto disco dei Queen, quello che parte con We Will Rock You. E uno dice: "l'ha scritta May....ma dov'è la chitarra?". Arriva, arriva. Dopo tre strofe secche secche come Gandhi e il tumtum-cha da leggenda". Si va avanti con We Are The Champions, in  studio la migliore versione di sempre ma troppo  pomposa  dal vivo:  da un momento all'altro mi aspetto di vedere spuntare Roby Facchinetti da dietro le quinte.
Sheer Heart Attack di Taylor è  rocchettino veloce da geghegè. Le chitarre devono essere state abbassate per una scommessa persa da May. Freddie canta come se avesse alle calcagna qualche finanziere: di fretta e d'urgenza. Il risultato è buono ma non è il suo genere. All Dead All Dead è  Martha My Dear (Beatles White Album) al rallentatore. Troppo melodrammatica ma la  durata non eccessiva le dona gradevolezza. E poi May è davvero commovente quando canta del suo gatto, per cui non riesco ad  essere crudele.
Con Spread Your Wings John scrive il suo pezzo migliore. Freddie strabilia ed è uno dei pochi pezzi dei Queen che vedrei bene cantato da Springsteen con la sua voce spazza tutto, soprattutto quando si fa deciso e ordina "now listen boy".
In Fight From The Inside, ancora di Taylor, il basso è opera del suo autore: ed infatti si sente  che è suonato da un incompetente ma è proprio quello che ci vuole per questa canzone sottovalutata (pare che piaccia solo ame)  che azzecca anche qualche rima mica male.
Sleeping On The Sidewalk è un divertente blues composto nella pausa pranzo. Testo che anticipa il fenomeno delle boyband (one hit wonder) cantato da Brian con la passione di un metalmeccanico in cassa integrazione. Nella fretta, il talentuoso spilungone si è scordato di fare un vero assolo blues.
John, commosso per la sua Spread your Wings, decide di scrivere Who Needs You, un calipso buono per far fare il gay a Freddie. Divertente, ma non cantatela sull'autobus vicino alla vostra preda: con tutti quei falsetti potrebbe equivocare.
Per fortuna arriva It's Late a mettere le cose a posto. Quando Brian riffa e Freddie arraffa queste note vado a comprarmi un cappello solo per togliermelo. Non è una novità, non inventa niente ma il pezzo  è notevole e  Freddie si sgola con grazia.
Cala il sipario su My Melancholy Blues,  pezzo notturno che potrebbe essere la colonna sonora per quelle serate  con la tv mal sintonizzata, il frigo vuoto e una birra da dividere con un conoscente che parla tutto il tempo della sua ex.
Disco vendutissimo ma poco apprezzato, rappresenta il nuovo corso dei Queen, grazie ad un sound più spoglio e diretto.

Mercury inizia ad avere una personalità vocale senza pari.

 

Con tutti i bigliettoni guadagnati per We Are The Champions Freddie è irrefrenabile. Organizza feste, balla sui tavoli (ma mai in the dark), prenota locali spendendo "stipendi stipato in posti stupendi". Ogni tanto però esagera. E così succede che prenota il Fairmont Hotel di New Orleans per la notte di Halloween del 1978. Troppo anche per lui. E dunque decide di dividere il conto con Brian Roger e John e usare la venue come lancio del nuovo disco dei Queen.
Il problema  è che i Queen non ce l'hanno un disco.
Manca un produttore. Il più economico sulla piazza è Roy Thomas Baker perché con tutta la cocaina che gli imbratta il cervello non c'è' bisogno di pagargli l'aereo: vola da solo.
Allora tutti a Montreux per registrare. Dopo sette giorni il disco è pronto ("In Only Seven Days", la canzone di Deacon, allude alla durata delle registrazioni) e Freddie tira un sospiro di sollievo (e non solo quello).
Mercury fa da apripista con Mustapha, aperta da un urlo muezzin. Il pezzo è un rock incalzante con il volume che si alza all'improvviso. La prima volta che l ho ascoltato mi sono cadute le ciliege dalle mani. Roy, ma vuoi stare attento?
Fat Bottomed Girls di May mischia country e hard rock con l'aggiunta di qualche lirica sporcacciona (la "big fat Fanny"...Fanny è anche la...la f.....insomma, ci siamo capiti). Pezzo tirato ma manca di sale.
Freddie prosegue con Jealousy (ma che paraculaccio! Tradiva tutti i suoi amanti e poi si permetteva di fare il geloso?), discreta ballata su cui May finge di suonare il sitar.
Bicycle Race è 15 canzoni in una, il classico pezzo impossibile da replicare dal vivo. Nel testo Freddie ci tiene a precisare che a differenza dell’interlocutore che parla di coca cola lui predilige la cocaina (E Vasco Rossi ringrazia per l'ispirazione).Deacon, rimasto a guardare, decide di unirsi alla band con l'unico pezzo rock mai scritto in vita sua il cui riff verrà ripreso dagli R.E.M. (ascoltate "What's The Frequency, Kenneth?"), la spensierata If You Can't Beat Them Join 'em.

Let Me Entertain You parte per spaccare il mondo ma si affloscia come un'erezione di un ottantenne. Colpa del volume. Dal vivo sarà ben altra storia. Dead On Time e' Stone Cold Crazy ancora più veloce, infatti dal vivo non verrà mai suonata. Una vera martellata rock che fa ricredere i chitarristi presuntuosi sulle capacità di May.
Fin qui tutto bene, so far so good.
Ma poi inizia il lato B che a mio avviso è il peggiore lato B dei Queen.
Di "In Only Seven Days" ho detto (il prete, quando John si e' pentito per aver osato scrivere un pezzo rock, come assoluzione gli ha dato da scrivere una canzone di musica leggera e una cravatta da indossare durante il tour) e di Dreamers's Ball, uno pseudo-blues senza negritudine, preferirei non dire.
Roger prova a scrivere la Miss You dei Queen, ritmi danzerecci e sudati e pubblica quell'obbrobrio di Fun It. Su Leaving Home Ain't Easy, l'onesto midtempo di Brian, lascio la parola all'autore che a riguardo dice: "E' cos'e'?".
Meno male che Mercury in quel periodo era in forma e riusciva a scrivere canzoni di una certa struttura. E cosi' ecco Don't Stop Me Now, divertente e ritmato omaggio alle proprietà della cocaina, scritto a cavallo di un lampadario.
Chiude More of That Jazz di Taylor, in cui il biondo batterista su un ritmo bislacco, svela il vero motivo per il quale e' stato fatto questo disco ("Rock n roll just pays the bills").
E ora tutti a New Orleans!

 

Mi sono sempre piaciute le foto interne, con Freddie col capello che avrebbe ispirato George Michael nel periodo di Older e Roger che si era appena fatto una bella cannetta. O forse aveva solo dormito poco.
E' il disco in cui Freddie si presenta con un bel paio di baffi da gay. Soltanto Brian vedendoli ha pensato: "Vedi? Ha i baffi! Lo dicevo io che non era gay. Un gay non ha i baffi" (Bravo, Brian, complimentoni per l'intuito!)
Dieci pezzi, suono asciutto, secco, stringato, chitarra-basso-batteria, niente arzigogoli strumentali, tutto d'un fiato (e non è un caso che verrà riproposto quasi interamente dal vivo e con risultati egregi), Freddie incisivo come mai, Brian pacato e killer, John poppettaro ma non polpettaro. Solo Roger sembra quasi non suonare ma dopo i disastri di Roy su jazz c'è da capirlo, è un po’ scoraggiato. Si dice che dopo le sessions di Jazz abbia avuto una crisi di identità: “sono io quello che suona la batteria in quel modo orribile?" e per questo motivo gli hanno messo il  faccione sulla cassa nel tour di The Game. Per ricordargli che, sì, era proprio lui.
Ad ogni modo si parte con
PLAY THE GAME: Cos'è il suono che si sente all'inizio? Un frullatore? Il frigo che mi sta salutando? Ah, è il sintetizzatore!!!Dopo anni passati a sciacquarsi la bocca con "No Synths" anche i cari vecchi Queen si decidono ad avvalersi delle nuove tecnologie. Ma le usano un po' alla carlona, anche quando non ce ne sarebbe bisogno. Sono come il bimbo che impara le prime parolacce e le dice anche quando mette la nutella sul pane. Cmq il pezzo è valido, un bel ballatone sull'amore o la sua mancanza in cui Freddie falsetta da par suo e Brian è cattivo quasi come in Death on Two Legs.
DRAGON ATTACK: su un basso slabbrato  parte il pezzo funky. Brian dal vivo rovinerà il riff di John coprendolo con il suo ferro vecchio. In studio,  per fortuna,  Mack sistema le cose. Freddie dà un'interpretazione pazzesca nonostante non abbia capito una parola del testo. Roger rulla. Con savoir faire e con il chewingum che gli scappa dalla bocca durante il secondo ritornello. Ma Crystal è pronto a dargliene un altro (Ps: avete letto i racconti di Crystal Taylor sulla sua vita con Roger? Li trovate QUI).
ANOTHER ONE BITES THE DUST: John si è lussato il pollice a furia di contare i soldi che si è fatto con le vendite di questo buon pezzo funky che fece ballare mezzo mondo. L'altra metà si chiedeva perche Brian May avesse deciso di giocarsi la dignità a briscola e, una volta persa, essere stato costretto mettere quel suono di tigre. Bah.
NEED YOUR LOVING: come un novello Copperfield (il mago, non il romanzo) John tira fuori dal cilindro un bel rocchettino pulito pulito, profumato di anni 50. Era il periodo in cui aveva cominciato a bere the e questi sono gli effetti.  E' il pezzo che fa sembrare i Queen cantabili da tutti.
CRAZY LITTLE THING CALLED LOVE: io in bagno  al massimo riesco a leggere la gazzetta dello Sport, Freddie invece scriveva canzoni che vendevano milioni di copie. Questa fa il verso a Elvis (ma anche a Little Tony). Le pubblicità ancora ringraziano. (leggi QUI per sapere di più su come è nata questa canzone)
ROCK IT: Su un giro di accordi rubato a Lucio Battisti l'impavido Freddie, qui fornito di S alla Jovanotti, introduce Roger che fino a quel momento si era riscaldato in compagnia di una ragazza e di una matita (per capire il senso di questa frase leggere una delle Crystal stories ) in un rock ben suonato e ben urlato. Ok , ma ora passatemi quel bicchiere.
DON’T TRY SUICIDE: e questa sembra un demo o uno scherzo. Pseudo roccherrol finto impegnato che ha il bridge regalato da Costello. L'assolo di Brian arriva provvidenziale come un ombrello il venerdì santo.
SAIL AWAY SWEET SISTER: Dolce Brian, dolce Freddie, minuzioso Roger, claustrofobico John. Sento le campane.
COMING SOON: Roger scrive una canzone sulla sua eiaculazione precoce (venire presto).Uhm, sì,  va bene, ok, si balla. Ma un po’ svogliati. Diciamo che ci si muove...ehm...si batte il piedino. Sull'assolo fotonico, non so perché, ci vedo bene Michael Stipe ed il suo faggy dancing
SAVE ME: in gioventù la cantavo per conquistare le ragazze del mio paese. Mi dava un'aria tra lo sfigato e l’introverso.  Su disco poco decisa mentre dal vivo, con Freddie in serata, faceva commuovere anche Kaiser Soze.

In conclusione: bel disco stringato, cantato, prodotto e suonato bene. Forse il disco migliore dei anni 80. Dei Queen, ovvio.

 

Dopo anni di frustrazioni, passati ad essere zittito con frasi tipo "Taci imbecille, tu non hai avuto nemmeno una hit. Pensa a fare i conti"; dopo che le sue timide proteste -"E You're My Best Friend, allora?"- venivano rispedite al mittente da una pernacchia di Roger che gli rinfacciava di aver scritto la b-side di Bohemian Rhapsody, nel 1980 John Deacon scrive Another one Bites the Dust e manda nel panico la band:  "oddio, e ora conta anche lui?".
"E ora si fa come dico io. Niente chitarra, batteria elettronica e Freddie canta come un gay. E si fanno pezzi disco!". Freddie esulta pensando che nei pub omosessuali di New York potrà finalmente dimenare il sedere sulle note delle sue canzoni, Brian, depresso, incomincia a scrivere il suo capolavoro We Believe e Roger ritorna a bere: "Accidentaccio, dopo quella ciofeca di batteria in Jazz, un altro disco dove non servo. Ci rinuncio" pare abbia detto prima di ingollarsi una bottiglia di Amaro Lucano in compagnia di Crystal Taylor.

 

Il disco comincia con Staying Power, un pezzo pseudo funky di un Mercury arrapato come non mai che addirittura si permette di sprecare Arif Mardin (il produttore di Aretha Franklin, perdio!) per questo pezzo fiacco e sfiatato. Meno male che dal vivo Brian lo impreziosisce con della mazzolate mica male.
Mi immagino Brian May mentre scrive Dancer. Una strofa e un'espressione terrorizzata, il ritornello e quasi si fa prendere dalle convulsioni. Ma il pezzo riffa bene e mi fa ballare anche da sobrio. Ma provate a convincere May. Pare che abbia litigato con la SIAE per farsi togliere l'accredito sulla canzone.
Back Chat è un pezzo funky di Deacon. Per fortuna John era sceso di sotto a ritirare il tir con i soldi di Bites the Dust, altrimenti non avrebbe mai permesso a Brian di salvare la canzone con il suo assolo.
"Uhm...Brian ha scritto She makes me, Roger Fun It, John conta come il due a briscola...possibile che io non ho ancora scritto un pezzo orribile?". E' per questo che Freddie compone Body Language, un bubblegum buono per Pacman o videogiochi simili.
La metropolitana Action This Day è rovinata da dei tastieroni orribili e in Put Out The Fire Brian ce la fa quasi a scrivere un pezzo rock. Ma Roger non c'era e la batteria suonata da una scimmia non dà dinamica al pezzo.
Per Life is Real Freddie si commuove e quasi fa il poeta, omaggiando Lennon. Il pezzo era quasi carino e allora ci hanno messo un piano elettrico per farlo sembrare di plastica. Calling all girls è quello che faceva Roger durante la registrazione del disco...chiamava tutte le ragazze che conosceva e le sdraiava una alla volta. Spesso anche due alla volta. Quel permalosone di Freddie aveva voluto aggiungere anche Calling all Boys per par condicio e Brian aveva impreziosito il tutto aggiungendo qualche strofa accorata ( "This message is love" è  sua. La profondità del messaggio non mente). John  è  quello che fa le pernacchie dopo ogni "This message is" (prr).
Las Palabras de Amor è un lentone talmente innocuo che si sono dimenticati di suonarla dal vivo mentre in Cool Cat Mr Mercury diventa Miss Mercury e si lancia in una performance vocale pazzesca o caricaturale: il giudizio dipende da cosa mettete  nel latte.
Under Pressure è un capolavoro. Punto.
Finito il disco Michael Jackson passa di lì,  lo ascolta, lo migliora e pubblica il disco più venduto della galassia

 

Sono depresso in questo periodo. Non mi taglio la barba da un mese e mezzo l'unica persona con cui parlo quotidianamente è il mio cane.
Sono depresso come Freddie nel 1983 quando aveva iniziato a scrivere Mr Bad Guy. Era orientato verso un suono più danzereccio che voleva introdurre anche nei Queen mentre Brian non la smetteva di fare assoli e Roger voleva essere lo Springsteen inglese (Strange Frontier,1984). John al solito si faceva i cazzacci suoi.
"Le opere" di diplomazia ci sono volute per assemblare The Works, un disco di sole 9 canzoni e nessun batterista (pare che Roger fosse rimasto imbottigliato nel traffico mentre ascoltava alla radio un match di tennis)....
perché non vorrete insinuare che Roger suona la batteria in questo disco?
Roger non suona ma compone il pezzo migliore dei Duran Duran, Radio Ga Ga, un poppettino innaffiato di synth che se non fossero i Queen si potrebbe anche apprezzare.
Brian May è annoiato, chiama Freddie “Eddie” (non è un diminutivo, sta pensando a Van Halen) e tenta di essere heavy ; purtroppo nel gruppo viene messo in minoranza ("e tagliati i capelli che sei obsoleto" è l'insulto più gentile) e così scribacchia Tear it up, un brano cattivo come un bimbo con la maglia sporca di sugo. Vorrebbe essere la nuova We Will Rock You, è soltanto un filler.
Oh, Freddie, Freddie, com'è triste l'amore. It's a hard life lo testimonia ed è un buon ballatone, troppo roccocò per i miei gusti rozzi.
Se Crazy Little Thing era stata composta in bagno, non voglio immaginare Man on the Prowl, pezzo talmente scontato che anche il nastro si è suicidato, facendo terminare il brano all’improvviso.
Machines era un pezzo heavy: poi Brian è andato in vacanza e quando è tornato Roger aveva combinato questo pasticciaccio. Freddie arriva in aiuto con una prova convincente. Ma non ce provare  più,  Rog.
E arriva il turno di John che ormai si è svezzato e sa come vendere una canzone. I Want to Break Free è il pezzo pop e easy-listening  dei Queen, buona melodia ma per il suono dell’assolo sto ancora cercando David Richards.
In Keep Passing the Open Windows, Freddie vuole dare consigli a "noi giovani". La melodia è convincente, il basso rubato a Heroes di Bowie e, come  i discorsi di chi vi racconta le sue performance a calcetto, dura un po’ troppo. .
Hammero to Fall, non fosse per il suono della batteria sarebbe anche credibile. Dal vivo, infatti, è molto meglio. Nel 1986.
Infine  si va tutti a nanna ma Brian e Freddie ascoltano il disco e decidono che almeno una canzone buona ci dev'essere. E scrivono Is This The World We Created. Asciutta, acustica, breve...e niente batteria elettronica. Un Roger trafelato suona il campanello. Freddie apre e lo rassicura dicendogli che The Works è il suo primo disco solista. Roger sorride, si asciuga il sudore e torna ad ascoltare Born to Run

 

Il 1985 è un anno strano per i Queen.

Paul Prenter, tra una sniffata e l’altra, convince Freddie che se i Queen vendono, è solo per merito suo. Mercury, lucido come un tonno appena pescato ed eccitato dalla notizia,  pubblica in fretta e furia Mr Bad Guy, il suo primo disco solista (Leggi QUI la recensione del Fracco).

Sicuro del  successo,  detta  le condizioni agli altri 3 Queen per partecipare al Live Aid. “Ok darlings, se volete Freddie star, la scaletta deve contenere tutti i miei pezzi solisti più Cool Cat in versione remix. In più, ci chiameremo “Freddie Mercury e gli altri 3”. Per fortuna il Signor Cattivone vende sette copie e Freddie è costretto a rientrare nel gruppo con la coda tra le gambe.

Al Live Aid, (leggi QUI il nostro speciale) strafatto come Tony Montana in Scarface, regalerà la più grande performance della storia e getterà le basi per il futuro dei Queen, fino a quel momento triste e nebuloso.
Rinvigoriti dalla risposta del pubblico, i 4 musicisti si mettono al lavoro e, approfittando della chiamata di Russell Mulchay che ha bisogno di una canzone per il suo film Highlander, pubblicano A Kind of Magic, vendutissimo, leggerisssimo, poppissimo. “Ehi, me ne serviva una” aveva protestato il timido regista ma dopo una visita lampo a Garden Logde, aveva cambiato rapidamente idea e acconsentito ad usarne ben 5.
Apre One Vision, pezzo collettivo con il testo, in origine di Roger, modificato da “rotten Freddie”. Brian torna a riffare come ai tempi di Jazz e Freddie strilla da par suo. Dal vivo, più veloce e  grintosa, sarà un’ottima apertura di concerto.
Roger, ormai a suo agio come compositore di successo e novello Phil Collins, pennella A Kind of Magic, numero 1 persino su Plutone. In realtà, la versione originale era più cupa e lenta ma Freddie, di ritorno da una festa particolarmente movimentata, l’aveva modificata fino a renderla l’attuale pezzo da ombrellone. John suona lo stesso riff di Keep passing i Open Windows che riprendeva Heroes che al mercato mio padre comprò.
Ancora una volta, la versione dal vivo le renderà giustizia.
John Deacon è l’addetto alla leggerezza e scrive One Year of Love, un pezzo che cantato da un altro non avrebbe trovato posto neanche nelle compilation della nonna. Ma Freddie regala una prestazione da applausi e mette tutto a posto. Il buon John, offeso perché Brian gli aveva svelato il finale di Rocky IV, affida l’assolo al sax di Steve Gregory.
Per Pain Is So Close To Pleasure, ancora di John con la collaborazione di Freddie,  non bastano un falsetto  caricaturale e una tastiera calda per farne un pezzo soul. L'assolo di Brian è provvidenziale come una scivolata sull’attaccante lanciato a rete. Non è un brano da ricordare ma quando  mi sento indeciso sulla mia sessualità la zufolo sempre volentieri.
La coppia Mercury- Deacon ci riprova con Friends Will Be Friends: la melodia è carina, May apre con stile ma il brano non  regge il confronto con gli altri inni Queen, sebbene su RTL faccia sempre la sua porca figura, soprattutto dopo un brano dei Modà.
May, fino a quel momento in punizione per aver riso durante l’ascolto collettivo di Mr Bad Guy, depresso e profondo come non mai, scrive Who Wants to Live forever, canzone migliore del disco e tra le più riuscite dei Queen.  Il brano in questione ha solo un difetto: finisce.
Galvanizzato da tanto splendore, il riccioluto chitarrista regala Gimme the Prize, in cui mischia metal, cornamuse e un Freddie che non urlava così dai tempi di Tony Bastin. Eccessivo.
Dopo questa, Freddie si sente autorizzato a proporre al gruppo  la sua Gazelle. John si ubriaca per dimenticare e rischia di schiantarsi contro un albero. Risultato: patente ritirata e Don’t Lose Your Head, la dedica di Roger. In questa cugina di Ride the Wild Wind compare anche Joan Armatrading, incisiva come un cambio al 97’.
Mercury, fino ad ora impegnato a suggerire, rifinire, riarrangiare, mescolare e tutto quanto fa rima con “are”, esce dal guscio e chiude il disco con Princes of The Universe, brano che ha tutti i marchi di fabbrica della Regina (melodia complicata, assolone di Brian e cori come se piovesse) compreso una spruzzata di kitch di troppo.
Mulchay è contento, i Queen pure. E ora possono partire per quel  tour che regalerà  al mondo l’iconica immagine di Mercury: giacca gialla, baffo maladrino e Live at Wembley in 432 versioni diverse. 

Il Magic Tour si chiude con John che scaraventa il basso contro i roadie. La rissa che ne segue impedirà a John di suonare per ben 3 anni. I restanti Queen non sanno come impiegare il tempo libero e allora Roger pubblica Shove it, terzo disco solista. Imbarazzato dal risultato, decide di attribuirlo ai Cross, un gruppo formato dallo stesso batterista, Spike Edney e altri tre che lo avevano aiutato a cambiare una gomma. Da masticare.

Intanto, Brian prova I want it all nella sua cameretta  mentre Freddie gorgheggia Barcelona insieme a Monterrat Caballé.
Nel 1988 John guarisce e raduna i Queen: poi si scusa, aveva sbagliato numero. Ma giacché sono in studio, i 4 ex amici al bar, ne approfittano per  scrivere un disco nuovo. The Miracle è il risultato.
Per questo lavoro, i Queen decidono di accreditare i pezzi a tutti e 4. Dopo questa mossa, Brian e Roger tornano a parlarsi: non lo facevano dal 1975!
Si parte subito a razzo con Party, pezzo in cui Roger gioca con qualche drum machine comprata dal rigattiere sotto casa, Freddie si svocia troppo e Brian salva tutto con un buon intervento.
Bell’inizio, se non stessi scherzando.
Meglio Khashoggi's Ship, anche se devo sempre copiare il titolo perché a memoria non riesco a ricordarlo. Pezzo rock tirato, batteria sinuosa e potente, Freddie prende belle note e John porta il cane a fare i bisogni.
The Miracle è una canzone pastello con un testo così ingenuo ed educato che non me la sento di prenderlo in giro. Freddie canta con maturità, la band lo pedina. Nel 1992, pensando che il finale fosse dovuto alla mia cassetta difettosa, ne comprai altre due copie, per la felicità del negoziante e la tristezza dei miei genitori. Beata gioventù.
Brian, rimasto a guardare troppo a lungo, propone I want it all, precisando che però vorrebbe tenerla per il suo primo disco solista. Poi Freddie, con la sua voce roca e graffiante scoraggia le generazioni passate e future: signori, questa canzone è impossibile da cantare meglio di così. Brian si arrende e i fan ringraziano.

Con The Invisible Man Roger conferma che negli anni 80 non aveva molto tempo per la regina ma parecchio per i film di successo (Ghostbusters). Fino all’eruzione rock, un pezzo bruttino, poi Brian sperimenta con il tapping e si fa spegnere le dita dai pompieri.  
Roger scriveva anche gioiellini pop che rovinava volendoli modernizzare troppo. E' il caso di Breakthru, antenata di Touch The Sky in cui Freddie ancora una volta fa meraviglie e Brian esce dal tunnel aggredendo la chitarra e stupendo gli ascoltatori. John è felice e si sente.
Rain Must Fall è la canzone da non far ascoltare al vostro amico che critica i Queen: potrebbe regalargli un elemento a  suo favore. Eppure, dopo 6 birre, la strofa di questa canzone leggera ed estiva (percussioni comprese nel prezzo) la canto volentieri.
Scandal è The Show Must Go On con la febbre. Freddie canta con  l’urgenza di chi ha sognato il risultato esatto della partita ma gli mancano due minuti per giocare la schedina. Chi ha suonato quella tastiera però merita l’impiccagione.
My Baby Does Me e' Cool Cat parte III, un riempitivo gradevole che stende il tappeto per la maestosa e conclusiva Was it All worth It in cui i Queen mischiano Shakespeare (“When the hurlyburly’s done”/Macbeth), guerre stellari e un intro di granito. Freddie è eccezionale anche quando ride luciferino e il resto della ciurma non sta guardare. Il buon Deacon si lascia anche in qualche virtuosismo. Per questi tempi amari è semi-capolavoro.
Disco invecchiato bene nonché il preferito di Dav.

Nel maggio 1989, subito dopo la pubblicazione di The Miracle, il più in forma tra i Queen era Freddie,  in fin di vita per l’Aids..

Brian infatti era impegnato a sfogliare la margherita per decidere se farsi frantumare l'esistenza da Chrissy o da Anita, Roger aveva perso la voce cercando di far capire a Clayton Moss (chitarrista dei Cross, progetto solista nato NON perché Freddie era stato denunciato per molestie ad un bambino.. ogni riferimento a Diego Cimarra è puramente voluto) che il riff di "Top Of The World, Ma" non era altro che una scopiazzatura di Whole lotta Love e John lo si poteva vedere in qualche pub del West End, ubriaco fradicio dal 1986 e canticchiante "I went to Bali, saw God and Dali".
Nonostante tutto, i membri della band riescono a riunirsi in studio e realizzare quello che sarà l'ultimo album con Freddie in vita, Innuendo. Sarà per la solidarietà nei confronti del povero Mercury, sarà che il 1991 è un anno di grazia per la musica (andate a vedere quanti capolavori uscirono quell’anno), i Queen sfornano un disco come non ne facevano da anni.
La title track, Innuendo fa da apripista con un ritmo marziale mentre Freddie  conta i quattro: Deacon infatti era stramazzato al suolo dopo una Peroni calda e non riusciva a rialzarsi. Il basso lo suona May e Roger Taylor si ricorda che negli anni 70 era stato un batterista mica male. Freddie, con l’aiuto di una tonnellata di effetti, fa un figurone e Steve Howe, con l'intermezzo alla spanish guitar, consegna il brano alle pubblicità e alla leggenda. Il miglior brano di apertura dei Queen, poche storie.
Mercury pennella I'm going Slightly Mad, cupo capolavoro di ironia e May prende dal suo carniere Headlong e I can't Live with You, brani che Freddie riesce a rendere gradevoli. Pare che dopo aver sentito i demo con May alla voce le condizioni di Freddie siano peggiorate di colpo e John abbia smesso  di bere perché pensava che la voce starnazzante di May fosse un effetto collaterale dell'alcol.
Don't Try so Hard, sempre di Freddie, commuove come l'ultima partita di una leggenda e lo stesso effetto ottiene These Are The Days of Our Lives, pezzo retrospettivo di Roger. Durante la registrazione della parte vocale di quest'ultima anche Jim Beach, detto Lo Squalo per la sua sensibilità, pare abbia cacciato una lacrima,  scatenando il panico tra i presenti.
Ride The Wild Wind si ricorda per il giro di basso simile a Celebrate (brano del 1990 degli Emotional Fish-grazie, wikipedia) e una convincente prova corale.
All Gods People, altrimenti nota come "Chiedi chi era Freddie Mercury", è una canzone spaziale: gospel, soul, blues e il Mercury migliore di tutti i tempi. Tutto bello? Ma neanche per sogno! Ecco infatti  Delilah, pezzo in levare che si contraddistingue per May che fa miagolare la chitarra. Taylor, dopo averlo ascoltato, si è scusato con Peter Noone per aver definito la sua Sister Blue la canzone peggiore di tutti i tempi. "Rettifico, Pete. E' la SECONDA canzone peggiore di tutti i tempi".
The Hitman, brano energico e pestone come non se ne vedevano da tempo, è chiaramente di May, ma dopo la morte di Mercury, il chitarrista riccioluto l'ha attribuita a Freddie. Così come il riff di Boh Rhap, la sua tesi, la Cappella Sistina e anche la paternità di Jimmy, il suo primogenito.
Bijou, chitarra liquida che lascia spazio ad un Mercury celestiale riscalda le vivande per la conclusiva The Show Must Go On, pezzo epico e definitivo di May sull'andare avanti nonostante tutto, accolto da Mercury con una poderosa grattata degli zebedei. Inutile sprecare tasti per descrivere la straziante ed incredibile voce di Mercury in quest'ultimo brano. Marchiata a fuoco, cantarla meglio di così è impossibile. "So hopeless to even try".
Disco reso enorme dalla morte di Mercury e dalle postume interpretazioni. Disco che anche con un Mercury in salute avrei giudicato il miglior lavoro degli ultimi 10 anni almeno.
Uscita di scena perfetta. The Show Must Go On. Forse.

 

Made in heaven è stato, per motivi anagrafici,  il primo disco di Queen che ho comprato “in diretta”. Nel 1993 c’erano  alcuni articoli sulle ultime canzoni lasciate da Mercury, Hutton nel ‘94 scriveva di A Winter’s Tale e Taylor, in tour in Italia nel gennaio del 1995 aveva parlato di un album con canzoni molto forti (leggi QUI una intervista dell'epoca).
I giornali contavano 10 inediti ma a leggere i titoli qualcosa non  tornava: Made in Heaven o era un caso di omonimia o era la stessa contenuta su Mr Bad Guy. Lo stesso per I was Born to Love you mentre Heaven for everyone ce l’avevo nella versione di Freddie nell’edizione USA di Shove it dei Cross. My Life has been saved, poi, non era la bside di Scandal? Too Much Love Will Kill You  l’aveva cantata May al Tribute, facendo pensare ad un brano dedicato a Mercury, quado in realtà parlava della sua situazione sentimentale (“Torn between the lover and the love you leave behind” è un passaggio chiave e chiaro). Inoltre era il singolone di lancio di Back to The light, il suo primo disco solista, che grazie all’atmosfera di cordoglio e partecipazione, era arrivato addirittura al numero 7 delle classifiche, illudendo May sulle sue potenzialità commerciali.
Tutti i titoli del disco, dagli inediti ai pezzi già noti, fanno riferimento alla vita, alla bellezza, alla voglia di farcela, all’amore che strazia e prende in giro, in un turbinio di emozioni che lascia una domanda: tutta questa emotività, questo sentiment(alism)o  è qualcosa di calcolato o è sincero?
I restanti Queen hanno scelto di commuovere o sono stati guidati dalla commozione? Io, per una volta, scelgo la via dell’onestà e dichiaro Made in Heaven un disco fatto per omaggiare Freddie e non i denari, che pure sono arrivati a vagonate.  Anche se con Jim Beach in giro non c’è mai da stare sicuri.
E allora eccolo, Made in heaven, il disco più venduto dei Queen , recentemente definito da un magazine il gioiello meno prezioso della Regina.
Il viaggio sonoro comincia con It’s a Beautiful Day. Su un tappeto di tastiere e pianoforte (e persino qualche volatile in sottofondo), un Mercury raffreddato ma convincente ci racconta che sarà una bella giornata. Nel 1995, molti pensarono alla forza di volontà di un uomo morente; in realtà, essendo il pezzo del 1980, forse erano le 6 del pomeriggio e Mercury, sveglio da poco dopo una nottata di bagordi,  voleva soltanto schiarirsi la voce al piano.
Made in Heaven era presente su Mr Bad Guy. Quella versione, paragonata a questa ben più energica dei Queen, sembra una bozza svogliata. May accompagna Mercury durante tutta la canzone e a volte si fa prendere la mano, Richards overproduce e fa sembrare la batteria di Taylor suonata su Marte, ma la canzone regge e sfiora l’applauso finale.
Per Let Me Live ancora lacrimoni: “guardate Mercury come implora di voler vivere”. Sbagliato! Pezzo del 1983 iniziato con Rod Stewart e non portato a termine causa collasso di uno dei 2 (anche Rod the Mod ci dava dentro con gli additivi). I restanti 3 Queen lo riesumano e ne fanno un bel gospel a 3 voci, davvero gradevole ma un po’ sfilacciato sul finale.
Alla quarta traccia, Mother Love. Un Mercury maestoso e protetto a dovere regala l’ultima interpretazione della sua vita. Gli altri 3 accompagnano rispettosi, quasi a non voler disturbare questo splendore vocale. Il finale lo canta May che termina quello che il compagno non aveva potuto.
My Life has been saved non è altro che il pezzo del 1989. Peggiorato. Anticipa I Was Born To Love You versione Queen, traccia numero 6. Quella di Mercury era una canzone danzereccia e allegra, innocua ma piacevole. Quella dei Queen è un pasticcio sonoro in cui sono presenti i primi sintomi della sindrome di Brian May, la malattia che consiste nel mettere un assolo “alla Brian May” ovunque, soprattutto quando non serve.
La sindrome colpisce - in maniera lieve, per fortuna: il solo è azzeccatisimo -  anche Heaven for Everyone, davvero migliorata rispetto alla inoffensiva canzone dei Cross. Di Too Much Love ho già detto. Aggiungo che May  l’aveva cantata tutte le sere durante il  Back to the  Light tour, giro musicale durante il quale, con la sua voce di travertino, il chitarrista nasuto aveva massacrato tutte le canzoni dei Queen. Eppure la versione delicata di May la preferisco a quella di Mercury, perfetta ma meno sentita, datata 1988.
Dopo tanta tristezza arriva il momento schweppes, con You Don’t Fool Me, presumibilmente di Deacon, fino a quel momento rimasto a litigare con il flipper dei Mountain Studios.  Richards ha dichiarato che il brano non esisteva ma è stato costruito in studio, mettendo insieme i vari spezzoni raccolti qua e là. Qui Brian May, memore di Back Chat, infila un bell’assolone epico.
A concludere il viaggio musicale (se si escludono la ripresa di Beautiful Day, Yeah e la traccia 13 sulla quale c’è un bell’articolo su Queenheaven) arriva A Winter’s Tale, l’ultima canzone scritta da Mercury. Hutton la data Natale 1989 mentre Freestone parla di un errore di memoria di Jim e la fa risalire al 1991. Un Mercury in fin di voce ma capace di “hit the notes” si lancia in una descrizione delicata di un paesaggio invernale. Il canto fatato e i 3 Queen che suonano sommessi  per paura che una nota di troppo possa rovinare l’atmosfera magica nell’aria, chiudono l’ultimo disco voluto (forse) da Freddie e la carriera dei Queen as we know it.

 

I Queen PIU’ pubblicano THE COSMOS ROCKS, il primo dopo disco di inediti dopo Made in Heaven del 1995.
Nonostante Paul Rodgers sia un grande cantante e Brian May e Roger Taylor due ottimi musicisti, il disco delude le attese.

Questo articolo ci svela come sono andate le cose, al di là delle dichiarazioni di circostanza fatte dai 3 durante l’incessante tour promozionale del disco (un trafiletto a pagina 63 del Daily Telegraph e un’intervista  alle 3:56 del mattino sulle frequenze di “Radio Calabria Indipendente”).
Siamo nelle fasi iniziali della composizione e Brian, durante la scrittura della tesi, sogna Freddie che irato gli urla: "Imbecille, quand’è che ti avrei detto che il mio idolo è quello scimmione di Paul Rodgers? Brutto com’è, non l’avrei toccato neanche con una canna da pesca, figuriamoci se mi piaceva come cantante".
Dopo l’apparizione, Brian si deprime e comincia a perdere entusiasmo nel progetto con PR (da quel momento diventato solo un suono onomatopeico per pernacchia).

Roger d’altro canto ha dei pezzi nuovi e, dimagrito di 35 chili e distaccandosi così dall’immagine del cicciobombo cannoniere che aveva nel tour del 2005, vuole mostrare il suo fisico snello al pubblico.
Inoltre, è stanco di suonare sempre le stesse canzoni dal vivo ("E basta con Tie Your Mother Down, dobbiamo portare suonare canzoni nuove ". Infatti...che tour di primizie che è stato quello del 2008!!!!) per cui un disco nuovo darà più entusiasmo a loro e al pubblico.
Paul ha solo da guadagnare da un disco con i Queen, visto che il suo ultimo autografo lo ha fatto in Cina nel 1988 e il malcapitato leggendo la firma, gli aveva detto: "ma allora Chuck Norris non è il tuo vero nome?".
Inoltre ha degli inediti che risalgono ai tempi di Paul Kossov e non vede l’ora di farli ascoltare ai suoi nuovi compagni di merende. Per cui tutti in studio e via con l’estro.
Roger propone Cosmos Rockin’, un boogie'n'roll vecchio di 32 anni incanutito male al quale Mr Rodgers presta la sua voce spettina papere, trasformandolo in un pezzo dal tiro discreto. Brian gli cuce un assolo cosi di maniera che dopo il secondo ascolto è convinto che  l’abbia suonato Jamie Moses dopo 2 bottiglie di Cynar.
Ancora Taylor con Small, un pezzo languido con un ritornello talmente naive che si sono rifiutati di cantarlo persino alla scuola elementare di Leytonstone. Qui Brian May, spaventato dall’immagine di Anita Dobson in bigodini e senza trucco, regala un assolo dei suoi.
Rogeruccio nostro infila nel mazzo anche C-lebrity, un pezzo heavy di rara bruttezza rifiutato persino dai Cross. Il testo è una critica senza bollicine verso coloro che partecipano ai reality (Adam Lamber anyone?).
Per Surf’s Up, School's out, il testo è stata una scommessa tra lui e Brian: è più veloce Brian a mettersi la parrucca o Roger a scrivere un testo? Vince Roger, perde la dignità.  La canzone funziona bene come intro dei concerti, infatti Brian la sostituisce con Hammer to Fall.
Say It’s Not True è il tipico ballatone che commuove chi non ha mai avuto un cuore, con Brian che assola neanche fosse Bohemian Rhapsody. E' Say It’s Not True, Brian…bastavano due note e un vibrato.
Questo Roger. Ringalluzzito da cotanto splendore, Paul mette sul banco le sue carte per un “all in” di certezze. Time to Shine era un pezzo vecchio già dieci anni fa (la cosa che contraddistingueva i Queen era la modernità delle canzoni. Killer Queen risulta attuale dopo 35 anni. Fresca. La passi in radio dopo i Coldplay e pensi che i vecchi siano questi ultimi), brano orientaleggiante con un testo spiritual cafone su cui Brian May fa suonare un sosia. Warboys ha il testo che Paul scrisse in un tema sulla seconda guerra mondiale, privato delle parti troppo ermetiche (“warboys, politician’ s toy”...uhm, che brividi!).
Si prosegue con Call Me, risalente a quando Paul faceva il gigolo (“Call me if you need my love”) in cui Brian regala il solito assolo finto divertito (lo stesso di Crazy little thing, poi aggiornato su Let Your Heart Rule Your Head e On My Way Up). Voodoo è un pezzo dignitoso, infatti ha rischiato l’esclusione.
Through the Night ha le stimmate della canzone seria. Brian May si guarda allo specchio, rimette l’orecchio al suo posto e regala, e finalmente, un assolo con le palle.
"Quante ne abbiamo?" "11". Ma Brian non ha scritto niente, accipicchia! Allora il genio riccioluto affila la penna e voilà, Still Burnin, un pezzo moderno come il subbuteo e originale come le raccomandazioni. Roger randella come si deve e l’assolo non delude ma “rock’n roll will never die” davvero non si può sentire nel 2008. Spinto da Anitona sua, decide di strafare e scrive il capolavoro Some Things That Glitter in cui suona 12 note in tutto. E ancora un demo ma Paul ha fretta e la vuole nell’album così com’è. "Ecco la nuova Too Much Love Will Kill You”, rassicura Brian. Subito dopo, le sirene di un’ambulanza.   
Infine, We Believe, una raccolta raccapricciante di banalità che ha svegliato Roger dal torpore (voglio dire, uno che aveva scritto People on Streets, mica Working Class Hero) spingendolo a scrivere Unblinking Eye, la cui ultima banale strofa al confronto di We Believe sembra Masters of Wars. Naturalmente Roger la terrà per sé. Era decente, perché sprecarla?
Brian,  stremato,  dice che è abbastanza. Paul canta tutto in fretta e furia, tempo di registrazione totale...35 minuti. Il disco ne dura una ventina in più perché hanno duplicato i ritornelli con il protools.
Consegnato il master si accorgono che manca un bassista. Non fa niente, nessuno ci farà caso.

E ora si parte con un bel tour da suonare con il pilota automatico, Tie Your Your Mother Down ed effetti da cinema di serie C.

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