Appena una nuova storia ricca di particolari viene pubblicata su una delle più grandi rock band di tutti i tempi, il chitarrista dei Queen Brian May promette un’intervista rara a Peter Stanford per raccontare la sua lotta contro la depressione e l’ombra che si è allungata dopo la morte di Freddie Mercury.
E' come sfogliare un album di famiglia,” riflette Brian May, mentre sfoglia le pagine del nuovo bellissimo libro illustrato sulla leggendaria band, 40 years of Queen. “Ma dov’è Freddie in questa foto?”, si chiede perplesso, guardando una foto a doppia pagina, tratta dal backstage prima di un concerto in uno stadio in Irlanda, nell’estate del 1986.

Estrae allora dal taschino della sua t-shirt nera un bel paio di occhiali senza montatura _ anche le rock star invecchiano!_ ma non riesce ancora ad individuare Freddie Mercury, il cantante dei Queen. “Doveva essere in una delle ali laterali”, conclude May, mentre spinge il libro ancora aperto da una parte.
Siamo seduti davanti a una tavola da pranzo rivestita di bianco in una sala privata del ristorante preferito di Brian a Notting Hill (Londra). Benchè l’immagine di May sia quella del grande, stravagante chitarrista dei Queen, dai folti riccioloni neri (ora grigi) che ricadono sulle spalle, dalle giacche sbrilluccicanti e le chitarre fatte su misura, in questo contesto così sobrio, il 64enne May è il signore della riservatezza. Raramente concede interviste e difende con forza la sua privacy quando serve. Sono stato preventivamente informato di non affrontare temi che riguardano la sua seconda vita, cioè la ex attrice dell’Eastend, Anita Dobson, che oggi lavora nella nuova serie di Strictly Come Dancing.
Le domande che teme di più, tuttavia sono quelle su Mercury, la cui morte di AIDS nel 1991 fece calare il sipario sulla carriera dei Queen, quale band tra le più prolifiche di successi discografici al mondo.
“A volte”, ammette May, “sento che non ce la faccio proprio più a fare altre retrospettive, senza paura di ammalarmi. La domanda ‘com’era lavorare con Freddie?’ comincia a diventare una bomba pronta a scoppiarmi nella testa”.

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In vita, Mercury poteva offuscare May e gli altri componenti dei Queen (Roger Taylor, batteria e John Deacon, al basso). In una delle interviste rilasciate nei giorni di gloria, May dava voce alla sua frustrazione per la copertura stampa della band: “ Molti di loro sono solo vagamente consapevoli che esiste anche il resto del gruppo.”

Ma dopo la sua morte, l’ombra di Mercury si è estesa ancora di più. “Le persone che si prendevano gioco di lui e lo deridevano, all’improvviso hanno iniziato a venerarlo come fosse un veggente e a considerarlo come un dio, dopo la sua morte”, afferma May.
Lo trovo molto divertente. Una volta facevano la fila per denigrarlo ed ora lo considerano un profeta. È curioso, quando vedi le persone che non lo conoscevano, che parlano di lui come fosse un amico. Freddie era una persona eccezionale, ma pur sempre una persona.”

Le rock star che muoiono giovani vengono spesso dipinte come dei santi, rappresentando una sorta di dilemma per coloro che si lasciano alle spalle. Stanno al gioco o si smascherano, rischiando di sembrare gelosi?

Vent’anni dopo, May sta ancora cercando di far quadrare il cerchio. È abbastanza soddisfatto di celebrare il genio di Mercury. Nei primi giorni di settembre May e Taylor sono stati ospiti all’hotel Savoy di Londra, per una festa che faceva parte del “Freddie Mercury Day”, un programma per la raccolta di fondi per la ricerca sull’AIDS, che si è svolto nel giorno del compleanno dell’artista per i suoi 65 anni. Alla festa hanno partecipato una nuova generazione di star, oltre alle Principesse Eugenia e Beatrice.

Ma, oltre a questi tributi, May si attende di ricevere i giusti meriti per il suo ruolo per aver portato i Queen al successo. Egli ha scritto moltissime delle hits più note, pensiamo a We Will Rock You, Fat-Bottomed Girls e I Want It All. In fondo, quest’uomo fondamentalmente modesto desidera con tutte le sue forze far capire che è ancora una mente creativa al massimo della forma.

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Hai mai dei momenti in cui vorresti lasciarti tutto il passato alle spalle? “Ho passato momenti del genere, in particolare subito dopo che Freddie ci ha lasciato. Ci sono stati un paio d’anni o più in cui non volevo essere dei Queen. Volevo essere me stesso e reclamavo la mia identità. Sì, mi sentivo proprio così. "
“Andai avanti con due tour, uno con with Cozy Powell, nel quale avrei suonato qualche canzone dei Queen, ma soprattutto mio materiale. Pensavo che i Queen fossero nel passato e cercavo di andare in quella direzione. Ma c’è stato un momento in cui ho sentito che stavo protestando un po’ troppo e mi apparve chiaro che ciò che stavo affrontando era una fase del lutto, in cui mi rifiutavo di guardare il passato e quindi ci sono passato sopra”.

Mentre racconta che I titoli dei giornali che riferivano sui suoi tentativi di suicidio dopo la morte di Mercury erano esagerati, May ammette la sua battaglia contro la depressione. “è una cosa con la quale convivo e in certi periodi si acuisce. Non sono sicuro di quante volte, credo quattro, circa 15 anni fa, decisi di farmi curare.”
May andò alla Cottonwood Clinic a Tuscon, in Arizona, “e buttai via la chiave. Tutto ciò che importava era stare meglio, perché altrimenti non sarei stato d’aiuto a nessuno. E lentamente ricostruii la mia vita e riemersi come una persona nuova.”

Il “nuovo” May è esperto nel far coesistere in un unico contenitore il suo passato, il presente e il futuro. “Vi sono ancora momenti in cui voglio andare avanti con la mia vita”, ammette, sorseggiando un bicchier d’acqua, “ma, in fondo, ho accettato che i Queen saranno sempre parte di me. È come costruire questa casa bellissima e un giorno doverla lasciare, ma non smetti mai di godere della sua bellezza. È solo che non voglio più viverci”.
Se non si esagera con la metafora, si può intuire che May mantiene qui ancora una residenza temporanea, come quando nel 2008-2009 è andato in tour con Taylor e l’ex cantante dei Free, con la formazione Queen + Paul Rodgers. “fu una cosa naturale e Paul ha portato la sua eredità ed è stato l’unione di differenti componenti.
“Per un po’ c’è stata unione, ma non è stato un tentativo di trasformare Paul in Freddie. Non mi piace troppo che altri artisti cantino le nostre canzoni. Al concerto al Savoy, per i 65 anni di Freddie, abbiamo suonato con molti cantanti. È stato carino, ma sentivo chiaro dentro di me che non era la cosa migliore da fare. Voglio fare cose nuove, portare la creatività dei Queen verso nuovi orizzonti”.

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Ogni tanto però, questo sforzo di tenere tutti I pezzi uniti fallisce. Allora gli chiedo se guardare le vecchie foto nel nuovo libro lo riempie di nostalgia.
May esita per qualche minuto prima di rispondere. Alla fine risponde con un gentile e apparentemente genuino “Definisci nostalgia
Mi riferisco a quel sentimento che molti di noi provano, guardando negli album di foto dei giorni belli e delle vacanze, desiderando di aver assaporato di più quei momenti, apprezzando quanto siamo stati fortunati a viverli. “Sì, credo di farlo spesso. Mi spiace, ma oggi non riesco ad esprimere molto bene ciò che sento. Ma il nostro passato nei Queen vive ancora intensamente in noi.
“Quindi, nostalgia? Si e no. C’è un po’ di tristezza se ripenso a quei giorni, molte persone se ne sono andate da allora.”

I Queen si sono formati negli anni ’60, quando May era ben lanciato nella carriera accademica in astrofisica. È cresciuto a Feltham, nel quartiere a sud di Londra, dove suo padre lavorava di giorno come progettista al Ministero dell’Aviazione e nel tempo libero era un appassionato musicista amatoriale.

Scienza e musica si contendevano l’attenzione di May junior, quando nel 1969 conobbe Roger Meddows-Taylor, studente di medicina dentale e scoprì che entrambi volevano formare una rock band. Poi si unì a loro uno studente di grafica, Mercury - Freddie Bulsara, come si faceva chiamare a quei tempi, e infine John Deacon, che stava seguendo un corso di laurea in elettronica.
Il primo album dei Queen uscì nel 1973 e non entrò in classifica, due anni dopo si piazzarono primi nella classifica inglese per 9 settimane con Bohemian Rhapsody. Il loro Greatest Hits risulta il disco più venduto di sempre in UK.

May oggi, continua a lavorare con Taylor per supervisionare l’eredità della band – “come dei vecchi zii”, utilizzando questa espressione di distanza. I rapporti con Deacon, che si è ritirato nel 1997, sono buoni. “Lo relazioniamo su ciò che facciamo e lui ci dice se è d’accordo,” riferisce May.

I progetti ad oggi in corso sono il musical dei Queen, We Will Rock You, giunto alla sua decima stagione, un film in produzione (con Sacha Baron Cohen nei panni di Mercury e scritto da Peter “The Queen” Morgan) e la re-incisione di vecchi successi, con una nuova casa discografica. E che dire delle sue produzioni più recenti? Ci sono stati molti album solisti post-Queen. È produttore e va in tour con il cantante Kerry Ellis, ha appena finito una collaborazione con Lady Gaga e My Chemical Romance. Nel 2002, di fronte a un pubblico di miliardi di persone, ha suonato un memorabile pezzo da solista sul tetto di of Buckingham Palace, il suo arrangiamento dell’inno nazionale God Save the Queen, in occasione delle celebrazioni del Giubileo d’Oro.

È stato un successo. Molti al suo posto avrebbero pensato di aver provato a loro stessi di essere artisti di successo anche senza i Queen e di poter riposare sugli allori, passando il proprio tempo con la famiglia _May ha 3 figli grandi avuti dal primo matrimonio con Chrissie Mullen, naufragato nel 1988 _ e godendosi il suo patrimonio stimato di 85 milioni di sterline nella sua resindenza nel Surray insieme a Dobson. Invece, May insiste su quanto sia impegnato e ammette che oggi è stata la prima volta in cui ha potuto sfogliare con cura il libro in prossima uscita dei Queen.

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Oltre la musica, May ha ripreso anche la sua carriera accademica che aveva abbandonato. Nel 2007 è tornato all’Imperial College per terminare la sua tesi in astrofisica e conseguire la laurea. Ora è un ricercatore e rettore della Liverpool John Moores University.
Ma è diverso”, aggiunge, “è più che altro un ruolo esterno di pubbliche relazioni”. Quante possibilità ci sono per lui di arrivare a tenere delle lezioni agli studenti? “Non sono sicuro di esserne all’altezza”.

Ecco che emerge di nuovo la tenera umiltà di May; appare ansioso, senza voler esaltare se stesso o reclamare qualche suo talento innato. “Ho sempre lavorato duro per ottenere tutto ciò che possiedo”, sottolinea.

Sta lavorando a un progetto di astronomia, insieme al suo amico ottantottenne Sir Patrick Moore e ogni tanto appare come ospite nel suo storico programma televisivo The Sky at Night. Questo è un altro elemento che lo allontana dall’immagine stereotipata della rock star e lo fa sembrare identico a Isaac Newton.

E poi c’è la sua candidatura. May è stato una voce del blog “soapbox” . “Lo ero già molto tempo prima che tutti usassero i blog scritti”, opponendosi all’abrogazione del divieto della caccia alla volpe. “Non sono un politico e tento sempre di rifuggire la politica, ma sono sconvolto dalle immagini di violenza verso gli animali. Il divieto è stato rinforzato malamente, ma sempre meglio di niente. Dobbiamo finirla con l’idea che contano solo gli esseri umani. Anche noi siamo animali.

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Mentre parla, il suo sguardo torna sul libro appoggiato sul tavolo davanti a noi. Riprende a sfogliarlo e si blocca sulla strepitosa apparizione dei Queen al concerto del Live Aid, nel 1985. C’è una foto di May, mentre viene presentato alla Principessa Diana, Principessa del Galles nel backstage. “Era una persona adorabile”, riflette.

Il libro piacerà solo ai fan storici? “I fans sono sempre stati molto importanti per noi, quindi credo che per le persone che ci hanno sempre seguito, sarà come rituffarsi nella loro giovinezza, ma” e ora si avverte una genuina nota di eccitazione nella sua voce, “esiste una nuova generazione di giovani affascinata da ciò abbiamo fatto”.

Queen, sembra voglia dirci, non significa solo rivisitare il passato.

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