\Parlando della mostra: riguardando le vecchie foto del gruppo, che emozioni ti suscitano? E’ come entrambi ve le ricordate?

RT:abbiamo un misto di emozioni. Non ci aspettavamo proprio di essere proiettati nel passato di quarant’anni e vedere tutte queste nostre vecchie foto dove sembravano molto giovani e poveri. Ci vedevamo come ragazzini, all’improvviso ti ricordi com’era in quei giorni ed era davvero doloroso devo dire; sento grande gioia e orgoglio in ciò che abbiamo ottenuto in quei primi anni, ma è un po’ doloroso guardarli in così grande dettaglio.

C’erano delle parti che avete trovato difficili, forse persino troppo emozionali, da rivisitare?

BM: è stato proprio uno scossone di emozioni devo dire, perché sono abituato a vedere sempre foto di Freddie e sappiamo che Freddie è morto, ma lui è sempre con noi e questo è normale e parte della nostra vita, una gioiosa parte della nostra vita, ma quando siamo andati all’esibizione all’improvviso c’è stata una visione molto più chiara di come le cose andavano quando abbiamo iniziato. Ho visto foto di gente che ci era molto vicina e che ora è morta e all’improvviso è stato tutto molto più reale.

RT:molti dei nostri vecchi amici sono in queste foto, preservati giovani per sempre e quindi ci ha riportato alcuni ricordi molto tristi.

BM:alcune cose sono state sorprendenti, molto del materiale è dai miei archivi. Ho collezionato tutti questi poster, singoli, biglietti e roba varia, per cui questi non sono stati sorprese, ma poi ci sono alcune foto che non ho davvero mai visto.

C’è una foto di noi al tempo di A Day At The Races ed eravamo tutti seduti ai posti guardando i cavalli ed era una specie di pubblicità per l’album e naturalmente molto di quelli che erano lì adesso non sono più tra noi, non solo Freddie, e all’improvviso è stato molto realistico, come la durata della vita, e c’è mia moglie che sembra un piccolo bastoncino e io stesso sembravo un ragazzino, più giovane dei miei figli adesso, ed è stata una scossa che abbiamo sentito sia io che Roger. C’era Pete Brown, che è stato un amico meraviglioso e nostro impiegato che ci portava in giro per il mondo, ed è morto da tempo. E c’erano un sacco di cose e mi pare che guardando bene ho notato una cassa di vetro con l’intero setup di RockField e con macchine a cassette, tutti gli arnesi con cui lavoravamo tutto il tempo, includendo gli ammassi di nastri sul pavimento, cosa che è davvero realistica perché facevamo così: se avevamo a che fare con un missaggio e sapevamo di non volerlo usare, lo buttavamo per terra perché era più veloce fare così e improvvisamente ho avuto come la sensazione che forse sarei dovuto essere anche io dentro questa cassa di vetro. E abbiamo sentito come se stessimo quasi osservando….quasi come se fossimo morti.

E’ stata una sensazione molto strana, devo dire, sia Roger che io ci siamo seduti quando tutti gli altri sono andati via a pensare e guardarci e a dirci come ci sentivamo ed è stato una sensazione particolare, sai, c’è una grande gioia e orgoglio in ciò che abbiamo fatto ma è quasi come andare ai musei Victoria e Albert e vedere Thomas Edison o qualcuno così, è tutto coperto di polvere e pensi: questi siamo noi? Cosa siamo noi?

RT: E’ passato tanto tempo, quarant’anni. E’ stato il nostro periodo di formazione e ci ha riportato tutti i tipi di memorie brutali come quanto poveri fossimo e sai quanto risparmiassimo soldi per gli strumenti e il cibo. Cosa avremmo mangiato dopo era la nostra massima priorità ai tempi e anche da dove sarebbe venuto il cibo.

 
>

\Roger, tu sei uno dei più grandi batteristi rock, ma la leggenda dice che a venti anni volevi studiare da dentista…

RT: Penso di essere stato cresciuto in modo che i miei genitori pensassero “vogliamo che tu sia un medico” e cose del genere, gli sarebbe piaciuto. Sono arrivato a Londra per andare al college e incontrare altra gente, per essere in un gruppo, questo era il mio piano e il college era un modo di andare a Londra e incontrare gente che la pensasse come me. Londra è un vero centro, anche adesso, ma soprattutto in quei giorni tutti i gruppi fantastici venivano da Londra. Jimi Hendrix è dovuto andare a Londra per farcela, lo sapete, e incontrare gente, che la pensa come te…questo è stato il motivo per cui sono venuto a Londra, e l’odontoiatria è stata…infatti alla fine ho studiato biologia! Ma l’odontoiatria era in realtà una tattica.

Che tipo di gruppo vi preparavate ad essere nel 1971? Avevate una visione musicale?

BM:la visione era nella nostra testa. Al tempo penso che l’avremmo descritta come molto pesante sotto, ma molto melodica e armonica in superficie – non c’era un vero e proprio modello. Avevamo i nostri eroi, Jimi Hendrix era un grande eroe e gli Zeppelin, anche se erano quasi nostri contemporanei, erano anche loro i nostri eroi. Sono riusciti a fare alcune delle cose che volevamo fare noi, ma non avevano anche quest’altro aspetto. Eravamo appassionati a quel tempo degli Yes, che avevano un elemento armonico molto complesso che fu un’ispirazione; ma tra i nostri eroi c’erano anche quelli molto indietro nel tempo, come George Formby e le Big Band e The Temperance Seven, tutte influenze strane ed eclettiche su di noi…e siamo diventati ciò che eravamo. Penso che fossimo come delle spugne e abbiamo osservato tutta questa musica meravigliosa attorno a noi in un periodo storico molto particolare, adesso penso che non potrebbe accadere, ma noi siamo cresciuti con tutti questi suoni in testa e sapevamo cosa volevamo. 

La fortuna fu che sia io che Freddie che Roger avevamo una visione molto simile in testa, per cui quando ci siamo uniti è stato facile capire che decisioni prendere per provare a fare succedere ciò.

 
>

 

\"\"Parlaci di Freddie in quei giorni, è sempre stato lo sfavillante uomo di spettacolo come noi lo ricordiamo adesso?

BM: è sempre stato una stella del rock, lo era davvero, questa è la cosa divertente. Era un ragazzo molto timido, e direi anche molto insicuro. Veniva da un’educazione molto rigorosa della scuola pubblica e per certi versi molto repressa, per cui la sua reazione fu di andare in direzione completamente opposta, per essere completamente oltraggioso e costruire un personaggio attorno a sé in cui è vissuto, ed è arrivato al suo apice quando ha davvero cambiato nome ed è diventato Freddie Mercury anziché Bulsara. Io considero Freddie come un uomo completamente fatto da sé. Lui aveva la sua visione, il suo sogno e ha costruito tutto nella sua vita per fare in modo che questo sogno si avverasse e noi eravamo parte di questa specie di percorso.

Nel primo periodo avreste mai immaginato che i Queen avrebbero avuto un tale impatto sulla musica popolare….di cui si sarebbe parlato ancora dopo 40 anni?

BM: no, a volte penso ancora che sia un sogno. C’è questa teoria per cui ci sono solo io che esisto e ogni altra cosa è un sogno. Ho ancora questa sensazione a volte perché ogni cosa è così incredibilmente…stavo per dire fortunata, ma è inusuale in ogni aspetto, abbiamo avuto questi sogni incredibili, ma penso che assieme alla precocità e la fede e un tipo di belligeranza di provare a ottenere i tuoi sogni, c’è un pezzettino dentro di te che dice “no, questo è impossibile, non possiamo mai farlo”.

Per me è ancora così e certe mattine mi sveglio e penso a come sia potuto succedere: come siamo diventati questo fenomeno mondiale? E’ grande, è meraviglioso e mi sento molto grato e penso di avere ancora difficoltà a metterlo nel giusto contesto e forse è solo…forse è anche fortuna.

>

I vostri primi cinque album stanno per uscire di nuovo, remasterizzati, con bonus track. Parliamo del primo album, Queen, che avete registrato qui alla Trident…e che è stato registrato soprattutto di notte?

RT: beh, hai ragione, è stato registrato soprattutto di notte quando non registrava David Bowie, perché eravamo sotto contratto con questo studio, erano i nostri manager. Questo era uno studio molto di moda al tempo.

BM: i proprietari dello studio, in un certo senso ci possedevano, erano i nostri manager ma non volevano spendere soldi, per cui in linea di massima se qualcuno tipo Bowie era qui e finiva la sessione alle 3 di notte, ricevevamo una telefonata e ci dicevano “ragazzi, venite qui, abbiamo un po’ di tempo morto, venite e lavorate un po’”.

RT: e così andavamo, dalle due alle sei del mattino.

BM: quindi è così che l’album fu fatto. Per cui nonostante avessimo tecnologie avanzate attorno a noi, non avevamo molta libertà di usarle. Si trattava di accaparrare pezzettini di tempo e venivamo considerati come, un po’ come i ragazzi nuovi che non sapevano niente e nessuno voleva ascoltare il modo in cui volevamo fare le cose.

RT:Perché venivano leggermente spinti verso il sound alla moda con la batteria e altre cose troppo secche per noi,

BM: mettevano del nastro tutto attorno alla sua batteria e mettevano imbottiture dovunque e anche assorbimenti del suono che facevano fare alla sua batteria “pff”, “tich”, “tich”.

RT: questo famoso suono di batteria alla Trident, così era chiamato, c’era una cabina attorno. Se immagini questa grande stanza con questa piccolissima area per la batteria, noi mettevamo la batteria lì, legata col nastro e tutto il resto, così era come morta e questo era il suono alla moda. David Bowie l’ha usata, penso che quell’album soffra per questo, ma nonostante ciò ha un sacco di buoni pezzi.

>

Roger, nelle cinque bonus track incluse nel remaster del primo album c’è un suono proprio diverso…qual è la loro storia, perché furono registrate?

RT: sono demo che abbiamo fatto prima che avessimo un contratto o qualsiasi altra cosa. Le abbiamo diffuse in giro a ogni casa discografica sotto il sole, implorando per un contratto.

BM: siamo andati in uno studio e non avevamo davvero nessun contatto, eravamo molto giovani, eravamo poveri, avevamo un sogno ma nessuno lo condivideva e siamo stati molto fortunati a trovare questa persona che voleva qualcuno che facesse rumore nel nuovo studio che stavano costruendo, il De Lane Lea a Wembley. Siamo andati lì e abbiamo fatto un po’ di rumore per loro e in cambio ci hanno fatto queste cinque tracce. Eravamo ragazzi molto precoci, sapevamo già ciò che volevamo per cui noi quattro siamo andati con un ingegnere, Louis Austin, e abbiamo fatto queste cinque tracce ed erano proprio come volevamo che suonassero. Penso che ci abbiamo impiegato solo un paio di giorni, due o tre giorni, ma è stato sufficiente per esercitare i nostri muscoli e fare queste…iniziando a modellare i suoni che avevamo in testa.

RT: Brian ha fatto dell’ottimo lavoro, li ha trovati in un acetato e usando la nuova tecnologia è riuscito a rimuovere tutti I tipi di rumori e fruscii e suonano fantastiche. Suonano meglio del primo album in realtà.

 
>

Mi interessa sapere com’era Freddie quando registravate…era l’artista barocco che tutti conosciamo o in studio era un tipo diverso…più disciplinato?

BM: incredibilmente disciplinato. Era molto indisciplinato come artista quando l’abbiamo conosciuto, correva in giro e gridava e in generale era scioccante, ma appena si è sentito in studio, ed è molto interessante che noi siamo seduti qui adesso, perché mi ricordo mentre ero seduto qui e Freddie riascoltava se stesso ed era molto critico e non contento di come suonava, e quindi ha lavorato ripetutamente giorno e notte per dare forma alla sua voce e il modo in cui la controllava come voleva.

Per cui abbiamo questi cinque album remasterizzati da Bob Ludwig. Perché avete scelto lui per questo lavoro?

RT: Siamo andati in otto diversi studi di masterizzazione, in realtà tutti ottimi, ma ci è piaciuto davvero il lavoro di Bob Ludwig e così abbiamo fatto delle specie di piccole annotazioni e gli abbiamo mandato (le tracce) indietro e lui ce le ha rimandate di nuovo (NdT: con le modifiche fatte?). Suona tutto davvero splendido, fresco e meraviglioso, vivo, e ovviamente è tutto registrato in analogico fin dall’inizio, che penso suoni meglio che la registrazione digitale, c’è qualcosa nell’abbondanza del suono, è proprio più piacevole alle orecchie, penso. Suona proprio un po’ meglio.

 
>

Roger, posso chiederti del processo di registrazione dei Queen? Voi quattro entravate in studio con canzoni e arrangiamenti completamente finiti e pronte da registrare?

RT: No, non erano mai completamente finite, c’era sempre un po’ di lavoro di gruppo in realtà, gli altri buttavano dentro idee e roba varia, ma tu dovevi avere in testa l’idea generale e in genere alcuni accordi.

Roger, è vero che qualsiasi discussione o “differenza creativa” in studio era sempre tra te e Brian, e che Freddie era il mediatore?

RT: Freddie era un grande diplomatico. Sì, avevamo differenze creative, ma normalmente le risolvevamo bene e penso che fosse, senza usare la parola “compromesso”, un buon risultato.

Poiché avevate Freddie come rappresentante, il vostro piano è sempre stato quello di essere un gruppo spettacolare e teatrale dal vivo?

RT: Volevamo essere diversi e teatrali, perché a quei tempi era molto facile dimenticare i gruppi che non facevano nulla. Uscivano fuori e non si muovevano, al massimo scuotevano la testa. Per cui noi volevamo mettere su uno spettacolo, sfacciatamente teatrale, e Freddie era molto bravo in questo. Nessun altro faceva così in realtà, forse Bowie ma in maniera un po’ diversa, era un grande artista abbastanza teatrale ma più attenuato.

 
>

Quando uscì il primo album, la gente ha capito i Queen? E voi avete capito i Queen?

RT: Dentro di noi lo sapevamo, eravamo consapevoli di ciò che volevamo conseguire e dove volevamo arrivare, ma molti non lo hanno proprio capito, si chiedevano se fossimo glam. Noi siamo difficili da categorizzare, c’erano molti gruppi di glam rock e di art rock, noi eravamo da qualche parte in mezzo all’hard rock, eravamo una miscelta di più cose, eravamo una strana bestia.

Ho sempre avuto l’impressione che nei primi tempi la stampa non comprese molto i Queen…

BM: Penso che forse siamo stati noi a eludere la stampa; non siamo andati per la solita strada quindi forse si sono sentiti esclusi e in qualche modo gelosi perché a loro piace aiutare a costruire le cose, per cui forse non abbiamo mai avuto tempo per loro e loro non hanno mai avuto tempo per noi.

RT: Penso che fosse molto arduo categorizzarci, perchè ricadevamo un po’ qui e un po’ lì (nelle categorie), ma eravamo abbastanza teatrali e quindi penso che abbiamo fatto molto irritare i critici più puri, ma fortunatamente c’era lì fuori un grande pubblico che sembrava apprezzarci davvero e noi ci sentivamo fuori dalle mode, che penso sia una cosa buona perché se sei alla moda non duri molto e così noi siamo stati non alla moda per quarant’anni.

BM: Ogni tanto penso che il mondo degli affari nel rock sia basato sulla persistenza, perché tu fai qualcosa e la gente pensa “Cosa? Cos’è questo?”. Poi tu lo fai di nuovo e loro pensano “beh, non è male” e tu lo rifai ancora e la gente pensa “ah, ma allora sono davvero seri…e sai come? Mi piace davvero.” Quindi noi abbiamo semplicemente arato sul nostro terreno, abbiamo iniziato credendo in ciò in cui credevamo e gradualmente la palla di neve ha cominciato ad amplificarsi.

>

Quindi Brian, Queen II è arrivato al n.5 in UK e anche nella Top50 in USA dove avevate un contratto con la Elektra. Ma le cose sono decollate veramente per voi col terzo album, Sheer Heart Attack, che è arrivato al n.2 in UK e al 12 in USA dopo il tour americano, che ha messo a dura prova la tua salute…

BM: ero molto malato, abbiamo fatto il nostro primo tour americano e ho preso l’epatite ma non era questo il vero problema. Sono guarito dell’epatite relativamente rapidamente, ma la dieta a cui mi hanno sottoposto ha riattivato i problemi nel mio apparato digerente, che pare ci fossero fin da quando ero bambino, per cui a un certo punto sono svenuto sul pavimento di un consulente e lui ha detto che per mesi e mesi è come se non mi fossi nutrito ed era un miracolo che fossi vivo perché il mio stomaco era completamente bloccato, cioè l’uscita dallo stomaco.

Senza andare troppo in dettaglio, ho avuto questa operazione, era molto seria e non la fanno più adesso. Adesso ti danno medicinali come il Tagamet per fermare tutti questi problemi.
Se volete andare nei dettagli, si trattava dell’ helicobacter pylori, nessuno lo conosceva ai tempi, ma è stata fatta qualche ricerca venti anni fa che ha rivelato che quasi tutti i problemi di stomaco, inclusi tutti i problemi di ulcera acida e duodenale, è dovuta a questo batterio, helicobacter, e non è proprio ereditato geneticamente, ma è ereditato nelle famiglie quando si beve dallo stesso bicchiere e si mangia lo stesso cibo, quindi adesso che è stato scoperto non fanno più quell’operazione, per curarti ti danno quella miscela di antibiotici. Ma io sono stato probabilmente uno degli ultimi ad avere questa grossa operazione dove hanno portato via pezzi del mio stomaco e hanno reorganizzato le vie di conduzione laggiù.

>

Sheer Heart Attack suona comunque come un disco speciale…

RT: Penso che a quel tempo abbiamo ottenuto il suono che volevamo, eravamo molto più contenti con lo studio e non avevamo gente che provava a dirigerci altrove o a dirci cosa fare e penso che abbiamo avuto un misto della stravaganza del secondo album ma con un suono più commerciale e accessibile. Penso che sia un album molto buono, senza sprechi di tempo, il che è buono.

Roger, ho letto da qualche parte che qualcuno ha detto che il quarto album, A night at the opera, era il Sergeant Pepper dei Queen…

RT: Io non lo direi, o meglio…non sono nemmeno sicuro che Sergeant Pepper sia il miglior album dei Beatles. Penso che probabilmente sia analogo a Sergeant Pepper. In realtà penso che i Beatles abbiano fatto album migliori di questo, direi che Revolver e Abbey Road e il White Album siano tutti migliori. Quindi penso che direi che A night at the opera è stato un ottimo lavoro, molto eclettico, anche perché c’era Bohemian Rhapsody , ma abbiamo anche fatto tante altre belle cose. Quindi non direi necessariamente che sia il nostro lavoro migliore ma forse è stato il nostro Sergeant Pepper.

 
>

Hai menzionato Bohemian Rhapsody…per cui potrebbe essere un buon momento per chiedere delle sorprendenti armonie vocali in questa traccia…

BM:Le armonie…sai che nemmeno conosco tutte le varie influenze che abbiamo avuto? Ma ricordo che ascoltavo Mantovani cercando di capire come funzionavano queste armonie coi violini e alcune di queste stranamente sono nei nostri dischi. Avevo un gruppo preferito chiamato The Temperance Seven che si rifacevano al jazz  Dixieland, ma molto arrangiato e io adoravo questi arrangiamenti, questa spontaneità con arrangiamenti molto complessi; puoi sentire questa specie di campana su Bohemian Rhapsody “ar, ar, ar”..beh, anche questa ha le radici nei Temperance Seven. Fin da ragazzo analizzavo le armonie, come quelle degli Everly Brothers o dei Crickets, ma anche cose sui dischi di Doris Day. Abbiamo preso un po’ da tutto.

I Beach Boys furono un’influenza?

BM:Ci piacevano i Beach Boys ma non credo siano stati una grande influenza perché venivano da un mondo diverso, e devo dire che penso che avessi un po’ di resistenza verso i Beach Boys. 

Quando ero giovane erano come il nemico e solo più tardi, mi ricordo Good Vibrations, ho pensato “sì, molto carina”, ma l’avrei fatta in modo diverso…sai, ero un ragazzino presuntuoso. Mi ricordo di aver sentito questo disco chiamato Darling quando è uscito, improvvisamente mi ha fatto il lavaggio del cervello e ho pensato “Oh mio Dio, mi sono perso così tanto perché questi sono così furbi e qui c’è un grande istinto e anche molto talento”. 

Quindi, guardando indietro, i Beach Boys sono meravigliosi, ma per noi esistevano i Beatles. Davvero, i Beatles erano la nostra bibbia per il modo in cui usavano lo studio e dipingevano quadri e per lo stupendo uso istintivo delle armonie. Per cui, i Beatles e Jimi Hendrix e gli Who, amavamo gli Who. Gli Who furono i precurosi delle armonie ed erano molto rozzi e teppisti e questo ci piaceva, ci piaceva questo elemento di pericolo che c’era negli Who. Ma suppongo che abbiamo preso le nostre armonie più seriamente e mi ricordo di Pete Townsend, l’abbiamo incontrato i primissimi tempi, siamo andati a registrare nel suo studio e ha detto “Brian, da dove vengono tutte queste armonie? Hai fatto degli studi?” e in realtà non sapevo cosa rispondere. Ho detto “Non so se le ho studiate, abbiamo ascoltato alcuni, voi compresi, e qualcosa è successo nelle nostre teste”.

>

Quando è stato il momento in cui avete realizzato di avere il mondo ai vostri piedi?

RT:Penso che fu quando Bohemian Rhapsody fu una enorme hit in giro per il mondo, lì ci siamo sentiti davvero bene. Dopo di questo la cosa si è ingrandita ancora come sapete, attorno al 1980 abbiamo avuto un grande periodo in America, quello fu il nostro picco lì, poi siamo andati in Sud America ed è stato incredibile.

Siete diventati grandi negli Stati Uniti…Avete firmato con la Capitol Records…ma nel periodo di “The Works” la vostra carriera lì è andata in declino…avete una teoria su cosa sia successo?

BM:In realtà è una storia molto lunga, perché l’America è davvero il posto dove siamo cresciuti. A un certo punto è come se possedessimo l’America, quando sono usciti “We Will Rock You” e “We Are The Champions”. Furono successi ancora più grandi che qui da noi, e anche “Another One Bites The Dust” fu un successo enorme, e penso che c’è stato un momento in cui eravamo non solo il gruppo più grande in America, ma probabilmente il più grande al mondo.Molta gente ha questo momento, ma noi lo abbiamo avuto in un periodo ben preciso. Ma per farla breve poi ci siamo allontanati, e penso che tre cose abbiano contribuito alla nostra perdita dell’America. Una fu il video di “I Want To Break Free”, che fu visto come qualcosa di completamente impossibile e che le rockstar non fanno, cioè vestirsi in abiti femminili. Qui da noi la gente ha colto lo scherzo, perché facevamo la parodia di Coronation Street, in America non l’hanno capita. Mi ricordo di quando ero in giro per la promozione e la gente era così scioccata. Mi ricordo i presentatori sbiancare e rifiutarsi di prendere parte, dicendo “come possono le rockstar fare questo?”. Quindi questo fu una cosa, la seconda fu che noi senza volere siamo stati coinvolti in varie polemiche intercorrenti tra le case discografiche e le stazioni radiofoniche. E’ venuta fuori la storia della promozione indipendente, e le case discografiche erano sotto osservazione da un dipartimento del governo per vedere…in poche parole parliamo di corruzione, e la nostra, Capitol Records, con cui avevamo appena firmato, ha fatto una grande resistenza contro l’intero sistema e si è rifiutata di pagare per qualsiasi promozione, per cui niente di nostro è stato pubblicizzato.

Hanno avuto un grosso contraccolpo da chi pensava di controllare tutto, parlo dei gangster. Per cui mi ricordo del momento in cui “Radio Ga Ga”, che stava salendo, andare mi pare dal 60° al 30° posto nella classifica Billboard, e la settimana dopo scomparve. A causa di questa faccenda, nessuna radio suonava più canzoni dei Queen.
La terza cosa che successe, secondo la mia opinione, è da imputare a un uomo. Avevamo questo tizio, chiamato Paul Prenter, che si occupava di Freddie, e credo che abbia fatto il passo più lungo della sua gamba. La gloria riflessa di Freddie gli ha trasmesso molto potere. Noi abbiamo lavorato duramente negli anni per avere un buon rapporto con tutti i media americani, e sia Roger che io ci facevamo il mazzo ogni volta che suonavamo lì, andavamo in tutte le stazioni radio in città perché ci stava a cuore avere questo contatto con la gente. Questo tizio durante un tour ha detto a ogni stazione radio di andare a farsi fottere, ma non solamente così, bensì “Freddie ha detto di andare a farvi fottere, Freddie dice che non gliene frega niente di voi” e così abbiamo perso qualsiasi relazione coi media in un colpo solo. Fu una cosa molto triste e all’improvviso il resto del mondo di ha chiamato. All’improvviso siamo andati a fare stadi, come in Sud America, Europa, Australia, Giappone, ma l’America non ci ha più chiamati e ovviamente tu tendi ad andare dove ti chiamamo e mi ricordo che Freddie disse “Probabilmente dovrò schiattare prima che l’America ci voglia”.

L’America aveva problemi con la sessualità di Freddie?

BM: Beh, come sai la parola “G-A-Y” fu davvero molto elusiva per tanto tempo negli USA e per certi versi lo è ancora. Puoi vedere la gente che prova a ritornare alla costituzione originale, il ricevimento del tè di Boston 
(N.d.T.: riferimento storico a un atto di protesta da parte dei coloni americani diretta contro il governo britannico, in relazione alle loro recenti leggi sulla tassazione, con la quale vennero distrutte molte ceste di tè.)
E’ tutto molto retro, c’è un pensiero altamente retrogressivo, un elemento che probabilmente sarà sempre vivo in America.

>

Avete deciso di continuare dopo la morte di Freddie…l’avete discusso per molto tempo prima di decidervi?

BM: Il nostro primo pensiero è stato “no, è finita.”
RT: Proprio non sapevamo cosa fare quando è morto e abbiamo pensato che forse avremmo concluso tutto.

Cosa viene dopo per voi? La Island Records vi ha chiesto un evento per festeggiare il 40° anniversario?

RT:E’ bello essere assieme a un gruppo fresco di persone, in realtà, sono molto proattivi quelli della Island, finora sono stati fantastici. Stanno discutendo di qualcosa per la TV che sarà anche su internet, dove avremo tanti grandi cantanti ospiti. Sarà una specie di concerto intimo, con dentro anche una miscela di video e altra roba. Stiamo pensando di fare questo. Io e Brian decidiamo le cose da fare quasi all’improvviso,  inaspettatamente, come i tour con Paul Rodgers, è stato “Andiamo e facciamolo”, e sono stati organizzati in uno schiocco di dita. Certo, un po’ si deve programmare in anticipo, ma penso che faremo qualcosa dal vivo.

BM:C’è un intero processo di dolore che va avanti, per me è stato pure peggio, non volevo parlare dei Queen, non volevo essere nei Queen. Sono andato a fare i miei concerti solisti e se qualcuno mi chiedeva dei Queen cercavo di non parlarne perché pensavo che fosse finita, volevo indietro la mia vita e guardavo ai Queen come ad una grande ombra da cui non riuscivo a separarmi. Ma naturalmente è parte del processo di dolore, è una reazione eccessiva e lo sto realizzando adesso, dopo un po’ torni indietro e realizzi che i Queen in realtà sono nostri, non qualcosa di esterno; noi li abbiamo creati, è parte di noi, anzi una estensione di noi e non possiamo mai dire che sia finita perché non può mai finire, sarà sempre con noi perché è una nostra creazione.

RT:Però certe volte sembra che avesse una vita propria: 4/5 anni dopo che abbiamo completato l’album “Made In Heaven”, che all’inizio non sapevamo se avremmo fatto, ma l’abbiamo fatto e siamo stati molto contenti di come suonava, ma non avevamo ancora altri piani futuri, è arrivato il musical “We Wil Rock You”. 

E tutte queste cose sembravano costruire qualcosa e le radio continuavano a suonare la nostra musica, e tutte queste cose si sono aggiunte fra loro per tenere il gruppo vivo nelle menti di tutti, il che fu fantastico.

BM:La gente vuole ascoltare le canzoni dei Queen e vogliono una sorta di rappresentazione sul palcoscenico, vogliono continuare a viverle, per cui abbiamo pensato a cosa poter fare e in questo modo io e Roger gradualmente siamo arrivati a decidere che potevamo fare qualcosa per continuare ad essere Queen. 

Devo dire che io sono ancora molto resistente, sapete che l’argomento è venuto fuori “questo è il 40° anno di Queen, perché non fate un tour? Perché non prendete qualcuno per cantare?”, ma io non mi sento di fare così, non sento di volere qualcuno che fa Freddie. 

Abbiamo fatto il tour con Paul Rodgers, che per molti aspetti penso sia stato un gran successo, ma il motivo è che lui non era Freddie e non cercava di esserlo. E’ venuto con tutto il suo materiale, tutta la sua leggenda e il suo catalogo. Ed è stata una associazione bella e alla pari. Ma sarebbe molto difficile rifarla di nuovo, e non credo di volerla rifare. Sono felice di fare le cose che riusciamo a fare come Queen. Una delle cose è il musical, è fantastico che abbiamo il We Will Rock You, è come se fossimo i padri o gli zii di questo musical ed è un grande modo di comunicare la musica dei Queen e di tenerla viva, non fossilizzata, si tratta di attori e musicisti giovani.

>

Mentre siamo qui a parlare con te e Brian, devo chiedere come mai John Deacon non viene coinvolto nei progetti dei Queen.

RT: John vive in modo molto tranquillo e ha deciso anni fa, è molto nervoso e delicato e non vuole più avere a che fare con tanta gente, credo che si sia reso conto dello stress che deriva da questo mondo, specialmente dopo che Freddie è morto, penso che per lui fosse troppo. Penso che preferisca una vita tranquilla, ma è sempre un nostro partner e viene ancora pagato. Ma in realtà noi non lo vediamo granchè, lui è molto riservato e penso che a lui piaccia fare così.

>

Com’è possibile che voi continuiate ancora…quasi 20 anni senza un cantante?

BM:I Queen in qualche modo hanno un proprio slancio e da qualche parte c’è dentro una specie di forza spirituale molto potente che certe volte io e Roger combattiamo. Certe volte la consideriamo come una grande ombra sopra di noi che ci impedisce di essere qualcos’altro. Ma credo che ci sia anche un riconoscimento che noi abbiamo creato ciò e lo amiamo e ne siamo orgogliosi per cui continuiamo in ogni modo in cui possiamo ad essere parte di questa cosa che abbiamo creato.

Mettiamo che arrivi un alieno che non ha mai sentito parlare di voi…come gli spieghereste i Queen?

BM:Non riesco nemmeno a spiegarlo a me stesso, siamo stati coinvolti nella remasterizzazione di molte cose e nel recupero di vecchi nastri, è affascinante e i nuovi remaster sono splendidi, sono più nitidi e perfetti che mai. Questo mi fa felice, ma ascoltando ora The Millionaire Waltz, non riesco nemmeno a capire come l’abbiamo fatta: è incredibilmente complessa e raffinata. Resto sorpreso, eravamo solo ragazzini, ma siamo riusciti a tirare fuori questa roba con la pura forza di volontà e per me è stupefacente, mi sento molto orgoglioso di ciò che abbiamo ottenuto insieme.

Sei orgoglioso del fatto che così tanti gruppi e artisti vi citino come un’influenza?

RT:Assolutamente sì. Noi abbiamo influenze, tutti le hanno. Tutti sono cresciuti venendo eccitati da qualcuno, che diventa così una tua influenza.

BM:Molto orgoglioso e felice. Significa molto, penso che significhi più di quasi ogni altra cosa, se i giovani che in un certo senso sono i nostri nuovi pari, parlano bene di noi e riferiscono che noi abbiamo influenzato la loro crescita, questa è una bellissima sensazione per me, è molto bello avere l’approvazione di chi sta facendo ciò che noi abbiamo fatto, costruendo la loro strada e scolpendo il loro posto nella storia.

Infine, Brian, cosa ha significato per te essere nei Queen?

BM:Sono orgoglioso di ciò che abbiamo fatto e di ciò che siamo, qualunque cosa siamo adesso; nemmeno io so cosa siamo.
RT:Beh, è ciò che faccio, è la cosa principale della mia vita e tutto il resto ruota attorno a questa.
BM:Il sogno che si è avverato.

>

© 2017 QueenHeaven / Privacy Policy / Cookie Policy / Note Legali